UNIVERSITÀ E SCUOLA

Da Maria Grazia Sandrini su "3 + 2" e concorsi:
"Lettera aperta sull'Università
L'intervento di Antonio Padoa Schioppa sull'Università mi spinge
ad intervenire sul tema, poichè mi appare chiaro che la
realtà universitaria non è compresa da chi vive al di
fuori dell'Università e da chi non vede o non vuol vedere altro
che le statistiche. Può darsi, naturalmente, che non tutte le
Facoltà universitarie italiane presentino gli stessi problemi;
può darsi che vi siano corsi di laurea dove sia stato possibile
organizzare un percorso di studio mirato e adeguato alle diverse
esigenze culturali e professionali del settore. Non intendo pertanto
generalizzare; tuttavia ho alle spalle più di 40 anni di
attività di docente nell'Università di Firenze,
facoltà umanistica, e quanto dirò nasce da questa lunga
esperienza e dalla sofferenza di vedere gli studi universitari del mio
settore degradarsi ed impoverirsi sempre di più. Ovviamente tale
sofferenza è più forte per chi, come me, ha conosciuto
un' Università davvero formativa, dove gli studi erano seri ed
impegnativi. Per quanto riguarda gli studi umanistici, ed in
particolare il corso di laurea in filosofia, di cui fo parte, la
riforma si è rivelata e si va rivelando sempre più un
fallimento. Intendiamoci, il problema non sta, secondo me, tanto nella
formula 3+2, quanto nelle sue applicazioni e nelletabelle (i famosi
allegati) per classi di laurea che i curricula sono stati obbligati a
rispettare. Queste tabelle hanno portato, nelle facoltà
umanistiche, ad una polverizzazione dei corsi e ad una moltiplicazione
dei moduli, quindi ad un aumento del numero degli esami, ma hanno tolto
la possibilità di elaborare i contenuti, cosa indispensabile
negli studi filosofici dove non si tratta di acquisire informazioni, ma
un metodo, una capacità di analisi e di ragionamento critico. Vi
sono corsi di laurea, e quello di filosofia è una di quelli, in
cui, come osserva la collega Pugliatti, non è possibile
distinguere tra "conoscenze di base" e "conoscenze avanzate" e nei
quali è a maggior ragione impossibile computare l'impegno
necessario in ore di studio! Le suddette tabelle, inoltre, hanno anche
individuato un gruppo di discipline, tratte da differenti settori
disciplinari non filosofici, obbligatorio nel triennio, riproponendo
così una concezione della filosofia ormai superata. Tale gruppo
di discipline non serve a nulla, se non ad evidenziare il grado di
licealizzazione degli studi. Con ciò, non intendo negare che la
filosofia abbia e debba avere punti di intersezione con discipline non
filosofiche; anzi, la filosofia ha punti di intersezione con tutti gli
aspetti dell'umano sapere e delle umane attività; ma tali punti
di intersezione non possono essere individuati a priori e resi
vincolanti per legge: essi nascono dal percorso individuale di ogni
studente, dal tipo di orientamento che ciascuno vorrà dare ai
propri studi: così occorrerà tornare, e non in modo
superficiale, al greco ed alla cultura greca per chi vorrà
dedicarsi allo studio di Platone o di Aristotele, mentre sarà
indispensabile munirsi di conoscenze un pòpiù che
elementari matematiche o scientifiche a chi vorrà approfondire
la logica o gli studi epistemologici. Molto potrei aggiungere, ma forse
non è questa la sede nè l'occasione. Resta comunque il
fatto che nel triennio non è possibile fornire agli studenti
nessuna base veramente seria, nè informativa nè
formativa, su cui poter eventualmente costruire il biennio
specialistico e, poichè sul nulla non si costruisce nulla, la
laurea specialistica conseguita dopo cinque anni non è neppure
lontanamente confrontabile con la laurea che prima si conseguiva dopo
soli quattro anni di studi.
Se il tasso dei laureati è aumentato, dopo la "riforma",
ciò è in gran parte dovuto, credo (ma mi riferisco sempre
al mio settore disciplinare), non ad una diversa scansione dell'anno
accademico, ma proprio al fatto che conseguire la laurea triennale
è diventato facilissimo e di poco impegno, non costituendo
più neppure il lavoro di tesi un importante momento di
maturazione e di acquisizione di un metodo di ricerca e di studio
personale. Non guardiamo alle statistiche, quindi, per favore, ma alla
qualità degli studi, alle competenze acquisite, che sono
diventate, ahimè, terribilmente scadenti. Mi sembra tuttavia
doveroso sottolineare che allo scadimento generale
dell'Università contribuisce, e non di poco, lo scadimento della
scuola elementare, media e superiore: gli studenti, nella stragrande
maggioranza, arrivano all'università senza aver imparato a
studiare, senza essere in grado di esporre in modo chiaro e sintetico
una tesi sostenuta in un breve articolo; non sanno scrivere
correttamente e non sanno ragionare con rigore logico. Non sanno
autovalutarsi perchè sono abituati ad avere ottimi voti senza
fatica. C'è una gravissima responsabilità della scuola
dell'obbligo e di quella superiore nel generale abbassamento culturale
della società italiana; alla quale va aggiunta la
responsabilità dei genitori troppo spesso più interessati
alla promozione e alla votazione conseguita che alla qualità
dell'insegnamento impartito; c'è infine la responsabilità
dei media che gridano allo scandalo per qualche sporadica bocciatura
agli esami di maturità, mentre invece dovrebbe scandalizzarsi
per il tasso troppo alto dei promossi.
Questa è una realtà generalizzata con cui ogni
Facoltà, ogni docente universitario deve purtroppo fare i conti.
È questa anche la realtà che aveva ben presente
Berlinguer e alla quale egli intendeva rimediare, anzichè
intervenendo sulla scuola dell'obbligo e superiore al fine di renderla
più seria e formativa, come sarebbe stato opportuno,
introducendo una serie di esami "di cultura generale" in tutti i corsi
di laurea (una specie di regno intermedio tra gli studi della scuola
superiore e quelli propriamente universitari), idea della quale
è rimasta più di una traccia almeno nei curricula del
corso di laurea di mia competenza. Mi sembra inutile sottolineare
quanto questo decadimento culturale sia preoccupante per le sorti della
società italiana: da dove dovranno uscire le future classi
dirigenti, se l'Università non è in grado di fornire
un’adeguata formazione? Se, anzi, contribuisce, regalando lauree
immeritate, a diffondere un clima morale di approssimazione, di
disimpegno, di arrivismo? Non è questa la strada che porta o
verso l'imbarbarimento sociale oppure verso la proliferazione di
Università private?
Per concludere, aggiungo due parole sul tema scottante dei concorsi
alla docenza. In un certo senso mi viene da ridere (o da piangere, non
so) quando sento di docenti indagati per concorsi irregolari. Ma non
sappiamo tutti molto bene (chi di noi non ha fatto parte di qualche
commissione concorsuale?) che tutti i concorsi, e sottolineo tutti, da
quando vige l'attuale sistema "locale", sono stati e sono pilotati? Non
sappiamo tutti che le commissioni sono elette in base ai voti
sollecitati dagli stessi docenti che hanno qualcuno da sostenere, e che
bastano 6-7 voti (talvolta anche meno) per risultare eletti? Chi di noi
non ha sei o sette amici nel proprio settore disciplinare, o comunque
colleghi in debito di un favore, ai quali chiedere il voto? No, i
concorsi non premiano i migliori, ma soltanto chi ha un protettore!
Oggi, come e forse ancor più di prima! Se un docente è
onesto, può ritenersi fortunato se gli capita di essere eletto a
far parte della commissione di un concorso in cui i "designati" (il
vincitore più i due idonei) sono anche veramente validi e
meritevoli; ma il fatto che si diano di questi casi non rende meno
grave la logica perversa del meccanismo concorsuale! Dal punto di vista
puramente formale e giuridico, TUTTI i concorsi svolti in questo ultimo
lungo periodo di tempo sarebbero da annullare perchè il
vincitore è sempre stato noto anticipatamente a chiunque
desiderasse conoscerlo.
Prof. Maria Grazia Sandrini, docente di Filosofia teoretica presso l'Università di Firenze"
http://unimoreinform.blogspot.com/2007/07/
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