ANGELO AZZURRO

Roberto Sandalo, ex terrorista di Prima
Linea, pentito storico degli anni di piombo, è stato arrestato a Milano,
accusato di essere l’autore di due attentati incendiari vicino alla moschea di
Milano. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.
Qualche giorno dopo un articolo di
Ettore Boffano, pubblicato su Repubblica, cronaca di Torino, del 13 aprile,
riferito al libro di Bruno Babando “Non sei tu l’Angelo azzurro”, che
ricostruisce la vicenda nella quale fu ucciso nel 1977 Roberto Crescenzio,
sintentizza molto bene la situazione:
“Si sono riaperte le
polemiche sul rogo dell´Angelo azzurro, in cui morì 30 anni fa Roberto
Crescenzio. Il libro di Bruno Babando, sollevando un velo di silenzio caduto
sulla vicenda, ha infatti chiamato in causa Massimo Fortuzzi, oggi importante
manager della finanza internazionale, che si definisce «totalmente estraneo» e
annuncia una querela. Secondo i magistrati, tuttavia, difficilmente si potrà
riaprire il caso, visto che il reato è andato in prescrizioneInvece, bruciarono vivo uno studente lavoratore. Erano
anni così, quando con leggerezza si etichettavano persone e luoghi. Avrei potuto esserci anche io in quel corteo, ma ero
rimasto a casa e, da allora, non riesco mai a ricordarmi il perché. Solo qualche
tempo prima, invece, in quello stesso punto (sulla banchina dei bus e dei tram
che ancora adesso c´è in via Po, prima di arrivare in piazza Vittorio, e poi
riparandomi dietro un pilone dei portici) avevo assistito, assieme a un
cronista di «Radio Città Futura», alla carica della polizia che aveva impedito
un altro assalto al bar che, chissà perché, nell´immaginario del «movimento»
era attribuito o ai fascisti o agli spacciatori. Erano anni così, quando con
leggerezza si etichettavano le persone e i luoghi e quando un semplice
dettaglio, una piccola sfumatura, un contrattempo improvviso, potevano decidere
il destino di ciascuno e di molti, sino a farti oltrepassare (da vittima come
da protagonista) il confine della violenza senza ritorno. Che senso ha oggi
rievocare quella vicenda, scavare nei suoi risvolti e nei suoi misteri,
indicare nuove e sconosciute responsabilità? Bruno Babando lo ha fatto, con
cura e accanimento da giornalista vero, nel suo libro «Non sei tu l´Angelo
Azzurro» rivelando il nome di un ex militante del circolo «Barabba» diventato
oggi un affermato banchiere internazionale. Il seguito di questa denuncia
(anche se i reati di allora sono ormai prescritti e rendono impossibile l´avvio
di una nuova inchiesta giudiziaria), gli eventuali procedimenti per
diffamazione e magari anche il lavoro di altri cronisti, ci diranno infine
quanto di verità necessaria si nasconde dietro il libro tormentato di Babando.
Ma ciò che questa storia terribile, riemersa 31 anni dopo dalle memorie degli
«anni spietati» torinesi, pretende adesso dalla città e dalla sua «sinistra»
politica e intellettuale è qualcosa di più urgente e di più assoluto della
semplice e pur doverosa ricostruzione storica e finalmente compiuta di quei
fatti. C´è, insomma, un problema ancora più importante della stessa definizione
dei ruoli, delle presenze e delle responsabilità per la morte di Roberto
Crescenzio e che travalica persino il bisogno di conoscere con certezza chi fu
(e soprattutto quanti furono) a lanciare le bombe incendiarie, chi fu a
decidere l´assalto e a inserirlo nel tragitto di quel grande corteo
antifascista (promosso dopo l´uccisione a Bologna di Walter Rossi per mano di
estremisti di destra), chi infine era ben consapevole che tutto ciò sarebbe
potuto accadere. È qualcosa che nei giorni e nei mesi successivi al rogo
dell´Angelo Azzurro non mancò, ma che negli anni si è poi andato affievolendo
sino a diventare un silenzio attutito e di comodo. Il Pci torinese di allora
(quello di Diego Novelli e di Dino Sanlorenzo) e lo stesso sindacato, così come
sarebbe poi accaduto durante tutto il tragico percorso del terrorismo di
sinistra sino alla sconfitta giudiziaria delle Brigate Rosse e di Prima Linea,
mostrarono subito una reazione decisa e senza tentennamenti: la condanna, lo
sdegno e la reazione non lasciarono nessun spazio alla filosofia aberrante che
in quell´epoca si era insinuata, e più di una volta, nei tragici avvenimenti
degli Anni 70, «i compagni che sbagliano». Lo stesso accadde in parte anche
nelle file del «movimento»: poche ore dopo il rogo, sulle colonne del
quotidiano «Lotta Continua», Pietro Marcenaro scrisse un lucido articolo che
indicava senza riserve di sorta come la tragedia di via Po ponesse la sinistra
extraparlamentare e le sue frange violente di fronte a un bivio senza uscita e
che richiedeva una risposta definitiva. E furono in molti quelli che, proprio
sullo spartiacque dell´Angelo Azzurro e ben prima del sequestro Moro e
dell´escalation terroristica, a Torino come nel resto d´Italia si risvegliarono
improvvisamente da un sogno utopico che impediva di vedere la realtà di una
ferocia assurda e senza giustificazioni. Poi, però, il tempo è trascorso per
tutti: a cominciare da chi del rogo e della morte di Roberto Crescenzio fu
ritenuto colpevole negli atti delle istruttorie e dei processi penali (anche se
nessuno per aver lanciato materialmente le molotov, è bene ricordarlo, perché
tuttora l´esatta ricostruzione delle responsabilità materiali di quell´assalto
continua a mancare). Per alcuni di loro un destino sbagliato è stato impietoso,
per altri (come è naturale e giusto che sia) la vita è andata avanti ed è
ricominciata. Per qualcuno con qualche indubbio successo dovuto alle proprie
capacità umane e di intelligenza, in qualche caso con un po´ di superficialità
e un po´ di alterigia inspiegabili, per altri ancora con un patrimonio segreto
(ma non per questo meno importante) di sofferenze e di rimorsi. Percorsi
privati, ma ai quali ha cominciato ad accompagnarsi un atteggiamento pubblico
diverso da parte di chi (ma non di tutti, a cominciare ancora da Novelli e da
Sanlorenzo) in quei giorni del 1977 aveva condannato con fermezza e decisione.
Una tendenza alla comprensione, un tacere il più possibile, un non ricordare se
non negli anniversari comandati e dunque inevitabili, un sottolineare il
riscatto e basta di quei ragazzi che in fondo (ma in qualche caso per davvero)
erano anche essi i «figli» di una stessa ideologia, di uno stesso sentimento,
di un´identica aspirazione. Terribile «incidente» dunque («omicidio colposo»),
quello di un ragazzo trasformato in torcia umana in un bar, ma «incidente» che
nessuno aveva voluto per davvero e che nessuno poteva sul serio prevedere. Con
quella pratica quotidiana e consapevole della violenza lentamente messa da
parte nella memoria, al di là della morte orrenda che aveva provocato e che
invece non poteva essere cancellata. È, per dirla chiara, la questione
irrisolta delle vittime, del perché esse hanno dovuto subire il loro destino
tragico e del bilancio senza più speranza dei loro parenti e di chi è rimasto.
Di un rimorso e di una richiesta di perdono eterni e che invece è sempre
difficile far accettare, prima ancora e ben di più che agli esecutori di quei
crimini spietati, ai loro amici, alle loro «comunità», a chi nel nome di una
condivisa identità politica ritiene di dover dispensare comprensione e in
qualche modo un oblio ritardato e soffuso. Tanto difficile come far accettare
invece - a chi è sopravvissuto o all´opinione pubblica - che anche chi ha
compiuto un delitto ha il diritto e il dovere di riscattarsi e poi di vivere.”
Ed è questa un’ulteriore conferma che quanti sostengono di poter
mettere una pietra sulle vicende degli anni di piombo avranno molte difficoltà
a far prevalere le loro tesi.
Paolo Padoin
Si prega d'inviare contributi e osservazioni a questo indirizzo di posta elettronica: papaopad@yahoo.it.
