RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
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RIFORME FRANCESI

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La Commission Attali

Ho più volte ricordato come le iniziative istituzionali del Presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha costituito una Commissione apposita per attuare le riforme, presieduta da Jacques Attali e composta da eminenti personalità di diversi orientamenti politici e anche da personalità straniere, potrebbero costituire un eccellente esempio per i nostri rissosi e parziali riformatori. A tal proposito, sul Mattino del 10 febbraio 2008 il Prof. Gilberto MURARO, ordinario all’Università di Padova commenta:

«Non è né partisan né bipartisan. E’ non partisan». L’incipit del recente Rapporto della commissione Attali è all’altezza della migliore oratoria francese ed esprime efficacemente il cuore del messaggio.

L’idea è che la crescita economica sia di vantaggio generale e che quindi le riforme capaci di «liberare la crescita» debbano costituire l’obiettivo comune, «perseguito con tenacia durante più legislature, quali che siano le maggioranze». E dove va a finire la dialettica politica? Nella ripartizione sociale dei frutti della crescita - tra sostegno alla famiglia, edilizia sociale, reddito minimo di sostegno, diminuzione del debito - dove è inevitabile e giusto che si manifestino diversi orientamenti e valori. Le ricette sono rappresentate da 316 proposte, che riguardano l’intera organizzazione economica, il funzionamento dei mercati, le prestazioni sociali, le professioni, le istituzioni pubbliche. Sarà opportuno approfondire in seguito le proposte più pertinenti alla realtà italiana. Per ora è importante cogliere il senso politico del Rapporto e le sue innovazioni di metodo. Esso è innanzitutto un solenne grido di allarme ai cittadini: la Francia ha la possibilità di inserirsi nello straordinario processo di crescita che è alimentato dalla globalizzazione, ma a patto di fare subito vaste riforme. Perché adesso è in fase di declino relativo: cresce, ma meno della media mondiale, e cresce oggi meno di tempo fa. E il declino relativo, in un mondo che corre, rischia di tramutarsi in declino assoluto se il Paese non accelera.
Esso è poi un disegno d’intervento a tutto campo: «Tutti devono muoversi affinché tutti possano guadagnare». Si colpiscono le rendite, ovunque esse siano, a vantaggio dei salari e dei profitti; si colpiscono le corporazioni e i loro privilegi; si riduce la spesa pubblica, nonostante la fama di efficienza dell’apparato amministrativo francese, perché occorre sviluppare una moderna economia di mercato, dove lo Stato è leggero perché diventa snello e rinuncia alla produzione pubblica, limitandosi a regolare bene le iniziative del mercato e delle libere organizzazioni, e a fare presto e bene quel che rimane pubblico (pagare i piccoli fornitori entro un mese e rimborsare l’Iva entro dieci giorni!); si cambia radicalmente il sistema delle tutele sociali, sull’esempio delle socialdemocrazie scandinave, investendo nel riportare al lavoro chi ne è fuori, non nel mantenerlo inattivo; e si lascia che ognuno, oltre una certa soglia, scelga liberamente se pensionarsi o lavorare ancora, e comunque non penalizzando il nuovo lavoro del pensionato. Infine, esso è un gesto di sfida al Parlamento, al governo, e in primis al presidente della Repubblica Sarkozy, che ha voluto la commissione e che ora si sente presentare un verdetto da brividi: approvare tutte le proposte entro tre mesi; avviarne l’esecuzione entro giugno 2009, e poi seguire con tenacia per più legislature quelle tra le riforme che richiedono tempi lunghi. Se tutto ciò avverrà, e se il quadro internazionale non degrada, già tra cinque anni la Francia sarà in grado di raccogliere copiosi frutti: aumentato di almeno un punto il saggio di crescita, più che dimezzata l’area della povertà, raggiunto il pieno impiego.

E noi? Noi dei francesi condividiamo i problemi del declino relativo, secondo la diagnosi dell’Ocse dell’estate scorsa; e forse siamo come loro consapevoli della necessità di muoverci. Siamo addirittura avanti a loro sotto certi aspetti, grazie alle recenti liberalizzazioni introdotte da Bersani e ad alcune riforme - le Autorità e la semplificazione amministrativa - introdotte circa dieci anni fa. Siamo purtroppo in un altro mondo per quanto riguarda la capacità decisionale. Là c’è una leadership largamente accettata, perché nata da regole elettorali che favoriscono le aggregazioni, i verdetti chiari e il riconoscersi degli elettori negli eletti; e c’è, pur nella tradizione di un popolo sanguigno e irrequieto, un forte senso di identità collettiva che funge da collante e da disciplina contro le frammentazioni e le derive corporative. Perciò, avanzare la proposta «crescita come obiettivo comune, salvo scontrarci nella divisione dei frutti», là è fare politica; qua è fare una predica morale, una delle lontane «prediche inutili» del presidente Einaudi. Ma se altro non è possibile, ben venga almeno la predica.”

                 Paolo Padoin










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