UNIVERSITÀ E POPULISMO

La Stampa di Torino, con due articoli a firma di
Andrea Rossi e Irene Tinagli, scopre gli effetti negativi che le politiche
populiste varate per l’Università, a partire dal nefasto 1968, hanno provocato.
Una considerazione personale: quando, nel 1965, ho iniziato l’Università, la
partecipazione ai corsi di laurea, attraverso borse di studio, era garantita
agli studenti più meritevoli, provenienti da classi meno abbienti, che
arrivavano alla laurea e potevano in tal modo raggiungere una posizione
sociale migliore di quella dei genitori. L’egualitarismo imperante
postsessantottino ha sì permesso a tutti di studiare, eliminando ogni
valutazione di merito, ma ha anche
determinato una pratica di selezione per l’accesso all’impiego, determinata
spesso più da conoscenze e relazioni che da effettivo merito. La riforma Berlinguer,
con il fallimento del 3+2, della laurea breve, ha aggravato la situazione. Ma
leggiamo alcuni brani dell’articolo di Rossi: chi vuole può consultare: http://www.lastampa.it
Irene Tinagli rincara la dose:
“I dati appena rilasciati
dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni
all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso.
Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così.
Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo
che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all’anno accademico 2003-04 le
immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia
in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti
all’Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalla superiori, quest’anno solo il
59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un
quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente
le basi della nostra economia. Questa
situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti
giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non
funzioni più come ascensore sociale. Il
meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario
incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del
sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità
che è sempre più chiuso e cristallizzato. Il nostro mercato del lavoro funziona
ancora in modo molto informale, localistico e personalistico. Come ci mostrano
i dati dell’ultima indagine Excelsior sulle assunzioni delle imprese, circa il
54% delle assunzioni avvengono per conoscenza diretta o per segnalazione di
conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. Questo significa
che chi non ha conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha davvero
poche probabilità di trovare lavoro. Centri d’impiego, Internet e mezzi stampa
coprono una percentuale irrisoria delle assunzioni. La storia che ai giorni
nostri si può trovare lavoro semplicemente mandando un curriculum in Italia
pare sia davvero un mito. Gli ultimi dati di Almalaurea confermano che tra gli
iscritti all’Università aumenta la percentuale di chi è figlio di laureati e
diminuisce la percentuale di chi invece ha genitori che si sono fermati alla
scuola dell’obbligo. E questo non farà che alimentare un circolo vizioso che
irrigidirà ulteriormente la nostra società e la nostra economia.”
Corriamo ai ripari prima che sia troppo tardi.
Paolo Padoin
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