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RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
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TERRORISMO E LEGALITÀ


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Le vicende del terrorismo internazionale, i fatti dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, dell’11 marzo 2003 a Madrid e del 7 luglio 2005 a Londra, avevano fatto passare in secondo piano il terrorismo interno, che sembrava debellato o comunque ridotto ai minimi termini. L’omicidio Biagi nel 2002, lo scontro a fuoco sul treno interregionale Roma - Firenze a Castiglion Fiorentino, nel marzo 2003, in cui hanno perso la vita l’eroico poliziotto Emanuele Petri e il terrorista Mario Galesi, ed è stata catturata la nuova “stella” delle formazioni estremiste Nadia Desdmona Lioce, hanno riportato alla ribalta la presenza di formazioni eversive e di un vasto arcipelago di attivisti e simpatizzanti.

Se l’opinione pubblica e una parte del mondo politico erano …distratti da altri eventi, magistrati, forze dell’ordine e qualche prefetto seguivano da vicino l’evolversi dei fenomeni eversivi che, soprattutto in Lombardia, Veneto e Toscana, davano preoccupanti segnali di attivismo.

Sono stati infatti scoperti nel 2003 i legami che univano Pisa e Firenze all'organizzazione della Lioce, mentre successivamente, a Milano e Padova, l'operazione "tramonto" ha condotto alla emanazione di ordinanza di custodia cautelare, fra l'altro, nei confronti di molti appartenenti al C.p.o. Gramigna di Padova (v. link eversione e legalità).

L’opinione pubblica delle due città ha reagito in modo positivo, non appena venuta a conoscenza dei risultati delle indagini svolte. È inizialmente prevalso lo stupore:nessuno sospettava che vi fossero ancora elementi capaci di ricostituire determinati movimenti, che si speravano sepolti dalla storia, ma quasi tutti hanno plaudito all’azione dello Stato che, nel caso di Padova, è stata per fortuna preventiva, e hanno ribadito con forza la difesa dei principi della democrazia.

Con tali attività si è contribuito a chiarire, almeno in parte, la situazione delicata esistente nelle due città. Resta il rammarico che, per il passato, molti protagonisti di quegli anni sono stati condannati a pene detentive, ma le hanno scontate per lo più solo in parte, grazie alla nostra legislazione premiale. Qualcuno è poi addirittura approdato in Parlamento o è collaboratore o consulente di organismi governativi, mentre altri sono inseriti stabilmente nel mondo della cultura e dell’informazione.

In un interessante articolo pubblicato in data 10 agosto sul Giornale, dal titolo “Facciamo finire il 68”, Gaetano Quagliarella ricorda “che siamo ormai alla vigilia del quarantesimo anniversario del Sessantotto. S'inizia a sentire. Sarkozy in Francia ha vinto invitando i suoi elettori a scordarsi quell’anno terribile. (.....) In Francia in quel mitico maggio si giunse a un passo dalla rivoluzione. Tornarono allora le barricate nel quartiere latino e lo stesso De Gaulle ne fu così turbato da fuggire a Baden Baden. Fosse pure per qualche ora. Meno di un mese dopo, però, la sfilata della maggioranza silenziosa sugli Champs già aveva chiuso la partita. Almeno politicamente. Sarebbero rimasti tanti «residui», di natura anche politica. Ma almeno su un terreno - quello delle istituzioni e della sociologia delle classi dirigenti - il Sessantotto era stato battuto.” 

Quest'affermazione è solo parzialmente vera. Anche in Francia, come in Italia, alcuni intellettuali rimpiangono quell'esperienza, tanto che in un articolo pubblicato sul Corriere Bernard-Henri Lévy ha parlato di Cesare Battisti come di un nobile martire, come la vittima di un'iniqua persecuzione giudiziaria. Ha ribattuto Claudio Magris, sempre sul Corriere in un fondo in data 12 agosto, che Battisti è un omicida che deve scontare la sua pena, e che anche Lévy è stato vittima della disinformazione così frequente in Francia per quel che riguarda l'Italia di quegli anni di piombo, che scambia i terroristi per partigiani e che nasce, secondo Magris, da uno snobbismo letterario e da una civetteria di clan intellettuale, che purtroppo è in parte dura a morire anche in Italia. Per fortuna Magistratura e Forze dell'ordine non fanno parte di questo mondo di snob, e sono vigili e sempre pronte a intervenire in caso di necessità.

Persiste però nel nostro Paese una diffusa atmosfera di perdonismo, non si ricordano abbastanza le vittime del dovere, uccise vigliaccamente e barbaramente da quelli che una certa propaganda fa sembrare eroi e non assassini, come ricorda  Mario Calabresi nel suo libro “Spingendo la morte più in là”, recentemente edito da Mondadori. In questo libro Mario ha ricostruito la verità e narrato le sensazioni di quegli anni, ricordando il dolore dei parenti delle vittime del terrorismo, anche e soprattutto di quelle meno famose. Sono stato testimone, a Firenze, del dolore della vedova di Fausto Dionisi, Mariella Magi, rinnovatosi recentemente per la nomina di un componente del commando omicida a Segretario della Camera dei Deputati, e della famiglia di Lando Conti, ucciso quando era Sindaco di Firenze. A Padova ho conosciuto le famiglie di Giralucci e Mazzola, le prime vittime delle Br, e dell'appuntato di P.S. Antonio Niedda, ucciso anch'egli da un commando delle Br, le cui vicende sono state commemorate ufficialmente dall'Amministrazione comunale di Padova. Per tutte queste persone e per la memoria dei loro cari, caduti per la nostra libertà (sono loro i veri eroi, non i loro assassini, come stupidamente ha sostenuto, pentendosi poi immediatamente, la Signora Ardant) dobbiamo sforzarci di perpetuare il ricordo dei fatti così come si sono svolti, in modo che il sacrificio della vita non risulti vano.
                         

 Paolo Padoin




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