SUICIDIO DI NEOBR

Dal
Corriere della sera del
2 novembre traggo alcuni commenti di Alessando Capponi e Francesco
Alberti sul
suicidio in carcere di Diana Blefari Melazzi, neobrigatista, morta nel
carcere
femminile di Rebibbia, a Roma. La donna era stata condannata
all'ergastolo per
l'omicidio del professor Marco Biagi. Ce l'aveva con l'amministrazione
carceraria. Qualche mese fa aggredì una guardia e spesso
ripeteva una frase:
«C'è un complotto, siete tutti d'accordo con D'Alema che
mi vuole uccidere».
Dopo l'arresto, nel dicembre 2003, si dichiarò «militante
rivoluzionaria del
partito comunista combattente». Subito dopo il suicidio in
carcere scattano le
consuete polemiche, perché famiglia e legali si battevano
perché fosse
riconosciuta «la sua malattia, la sua incapacità
processuale. Questo è un
suicidio annunciato». È la stessa tattica usata anche
dagli ex brigatisti rifugiati in Francia per evitare l'estradizione in
Italia. Ci si preoccupa sempre dei problemi psicologici degli assassini
e mai di quelli dei parenti delle vittime. Infatti Patrizio Gonnella,
presidente dell'associazione Antigone,
ricorda che «tra quelle di parte e le altre, su quella donna sono
state
eseguite trenta perizie». I legali smentiscono il numero,
«furono cinque, una
era attesa a giorni», ma non la sostanza del discorso: poche o
tante che
furono, «quelle perizie sono state contraddette dai fatti,
purtroppo». Per
Marco Pannella «questo suicidio è il risultato di un
sistema di giustizia e
carcerario che induce gesti estremi». Per Paolo Cento (Sinistra e
libertà),
questa è «una pagina vergognosa». Per l'ex
sottosegretario alla Giustizia,
Luigi Manconi, «le perizie sono lì a testimoniare una
condizione che avrebbe
dovuto imporre il suo ricovero in una struttura psichiatrica
protetta». Il capo
del Dap, Franco Ionta, dopo una visita a Rebibbia: «Ho constatato
che la
sistemazione era corretta, gli psichiatri parlavano di relativa
tranquillità».
In questa morte, fatto di per sé tragico e umanamente doloroso, il rischio che altro odio, altro livore, si rimetta in circolo in certe teste e in certi siti. A cominciare da Facebook, dove purtroppo Biagi vive ancora: oggetto e alibi di una follia verbale di cui la Rete è vetrina e detonatore. Sono iscritti in 14, per citarne uno, al gruppo «Purtroppo le Brigate rosse sono arrivate tardi»: dove il ritardo va riferito all'uccisione del giuslavorista, che andava fatto fuori prima, «essendo l'unico colpevole di quel precariato che ci rende tutti sfruttati e sottopagati». E sono addirittura in 130 quelli del gruppo intestato a Nadia Lioce, dipinta come una martire dal «compagno Francesco», in piena crisi di coscienza: «Mi sento fortemente in colpa per Nadia: ciò che ha fatto è stato per il mio bene e oggi lei è all'ergastolo...». In 62, ma sono segnalati in crescita, coloro che invece si danno appuntamento sotto il titolo «Quelli che maledicono Marco Biagi». Tengono a precisare, per carità, «di non essere terroristi né comunisti sfegatati», ma intanto ospitano pensieri lunghi come quello di tal Gortan («Non potevano ammazzarlo prima che facesse quella fottuta legge?») o di tal Marata («Spero si stia godendo lo spettacolo da un posto molto caldo!»). Alla compagna Diana Blefari («Onore, onore») strilla invece «La Volante Rossa», che nella testata abbina Karl Marx e un fedayin con mitra, incitando il proletariato «all'azione antifascista e all'informazione di classe». Per loro, aspiranti «martiri partigiani», non c'è alcun dubbio su ciò che è avvenuto in quella cella di Rebibbia: «Lo Stato che tortura i detenuti si è ampiamente fregato di Diana, sentenziano: nella più benevola delle ipotesi, è stata indotta al suicidio!».
Sono tutte testimonianze del fatto che purtroppo esiste ancora nel nostro Paese una larga frangia di persone che strizzano l’occhio e guardano con favore a terroristi e ex terroristi. Quando finirà questo sconcio? I casi Battisti, Petrella ecc. non mi fanno essere ottimista. La potente lobby politico-intellettuale-mediatica dei radical-chic, degli ex Lotta Continua ecc. esercita ancora la sua nefasta influenza!
Paolo Padoin
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