RICORDO DI BRUNO CACCIA

Lo uccisero mentre portava il cane a passeggio sotto casa.
Successe la sera del 26 giugno 1983. Venticinque anni dopo Bruno Caccia,
procuratore capo della Repubblica di Torino, assassinato dalla malavita organizzata,
è stato ricordato in un incontro promosso a Palazzo di Giustizia (che porta il
suo nome) dall´Associazione nazionale magistrati di Piemonte e Valle d´Aosta.
«Un uomo che incarnava il senso dello Stato, una merce oggi purtroppo rara con
la quale si sposa il concetto di legalità, il rispetto delle regole, la
convivenza civile» ha spiegato il presidente della Giunta piemontese dell´Anm,
Giancarlo Girolami.
Commossi gli interventi di Marcello Maddalena, agli ultimi giorni da capo della Procura, che con Caccia lavorò fianco a fianco, di Francesco Gianfrotta, oggi presidente aggiunto dei gip che allora era un giovane sostituto procuratore, e di Paolo Borgna, ora pm che conobbe il leggendario procuratore quando era uditore. Per tutti non ci sono dubbi: Bruno Caccia fu ucciso perché era un magistrato scomodo, un giudice che non scendeva a compromessi e che aveva un unico obiettivo: l´applicazione della legge.
Gianfrotta ha ricordato la notte insonne passata dopo essere
stato convocato per la mattina successiva da Caccia che godeva fama di essere
duro e spigoloso e la puntigliosità del procuratore capo nel seguire ogni
inchiesta giudiziaria anche nei dettagli ma anche le sue indubbie qualità umane
e il grande rigore professionale che ne ha fatto un maestro di comportamenti per
tanti giovani magistrati. Paolo Borgna che incontrò Caccia durante i suoi primi
passi nella magistratura ha invece parlato della coerenza e del coraggio del
procuratore, lo stesso coraggio che spinse l´avvocato Fulvio Croce ad andare
verso una morte certa per essere fedele al suo dovere.
Infine il commosso ed elevatissimo ricordo del Procuratore
della Repubblica Marcello Maddalena:«Sono passati venticinque anni da quella
sera - ha detto Maddalena - ma sono stati venticinque anni di un colloquio
ideale che è continuato e sopravvissuto alla morte fisica. Quella di Caccia era
una voce solitaria, fuori dal coro, la voce di un uomo di cui nessuna parte può
avere l’ardire di tentare di appropriarsi. Caccia aveva una concezione sacrale
dello Stato, delle istituzioni e della giustizia, da chiunque fossero
rappresentate. Concezione sacrale, che lo indusse a dimettersi dall’ANM nel
momento in cui proclamò il primo sciopero dei magistrati, di cui pure
condivideva le ragioni di fondo. Per Lui non era possibile che la magistratura,
che è e deve essere un Potere dello Stato, scioperasse».E in tema di
criminalità politica Bruno Caccia così serenamente scriveva nella sua
requisitoria al termine dell’istruzione formale contro il nucleo storico delle
Brigate rosse (cito sempre l’intervento del Procuratore Maddalena):
“Dell’esistenza di tale associazione (che taluni, non si sa se in buona fede,
si sono ostinati a chiamare fantomatiche
o sedicenti ) parlano di per sé i
fatti…. come sempre la storia si ripete, ma mai in modo identico, le ideologie
e le prassi si confondono; onde non può destare meraviglia che molte azioni
delle Br abbiano un contenuto
prettamente squadristico del più classico stampo del fascismo dei primi
anni, mentre l’estrazione degli associati è tutta di estrema sinistra e le loro
pubblicazioni hanno tutte un’ispirazione nettamente marxista o, come essi la
qualificano, comunista”. E Maddalena commenta: questa valutazione oggi fa parte
della storia; a quell’epoca per scrivere queste cose ci voleva del coraggio.
Anzi, molto coraggio. Che non tutti, anche tra i magistrati, hanno avuto.
Paolo Padoin
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