APOLOGO SULL'ONESTÀ

Bernardo Giovanni Mattarella,
Mulino ed. 2005
Da
la Repubblica del 15 marzo 1980 traggo un articolo di Italo Calvino,
che aveva già fin da allora anticipato tangentopoli, ma che
purtroppo, almeno in parte, è sempre attuale. Recenti vicende, ultime
quelle di Genova e Milano, anche se il procedimento giudiziario in alcuni casi
è solo agli inizi, e la denuncia del Presidente della Corte dei Conti
("nei settori dei lavori pubblici e della sanità ci sono profili
di patologie che forniscono un quadro di corruzione ampiamente
diffuso") fanno pensare che la stagione di tangentopoli sia tuttaltro
che superata.
Ma leggiamo insieme quel che scrisse Calvino dodici anni prima di Mani pulite:
La coscienza a posto: Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti, di
Italo Calvino
"C'era un paese che si reggeva sull'illecito. Non che mancassero le leggi,
né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno
dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di
centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno
perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di
concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo
illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.
Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto
questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un
sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da
alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna, ciò che era fatto
nell'interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo
identificava il proprio potere col bene comune; l'illegalità formale, quindi,
non escludeva una superiore legalità sostanziale.
Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza
che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa
delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi
l'illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una
frangia di illecito anche per quella morale.
Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale
sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto
individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia,
convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale,
alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti
coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiché in
quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a
rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto
pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad
integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che
sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.
La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far
leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di
forza (così come in certe località all'esazione da parte dello Stato si
aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza
cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché
il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità
passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio
delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di
applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e
anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per
considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché di
soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si
trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro
centro di potere. Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili
ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti
oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero
accreditare l'idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi
illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a
delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli
svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella
giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei,
da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza
lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore
che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e
con un ben dosato stillicidio d'ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie
di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l'unica alternativa globale
del sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a
diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di
essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.
Cosi tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si
saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e
nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza
perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero
potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non
fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si
sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale principi, né patriottici, né
sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine
mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci
niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano
direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a
quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito,
la soddisfazione propria alla soddisfazione di altre persone.
In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli
onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che
cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi,
predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l'approvazione di
tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza
interessante per sognarlo per sé (o almeno quel potere che interessava agli
altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse
magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano
perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.
Dovevano rassegnarsi all'estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni s'era perpetuata una controsocietà di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare "la" società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un'immagine libera, allegra e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos'è.”
Purtroppo 28 anni dopo è ancora tutto tremendamente attuale.Paolo Padoin
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