ANNI DI PIOMBO A TORINO:l'OMICIDIO CASALEGNO

In merito alla storia degli assassini
avvenuti ad opera di Br, Lc, Potere Operaio e affini negli anni di piombo,
fioriscono ormai molte rivisitazioni che tendono ad evidenziare l’efferatezza e
l’inutilità di quei gesti e a ricordare invece il sacrificio e la rettezza
morale delle tante vittime dei terroristi. Un caso particolare è l’assassinio di
Carlo Casalegno, raccontato adesso dal figlio Andrea, allora aderente a Lotta
continua. GIOVANNI BIANCONI, nel Corriere della Sera del 25 maggio 2008 (Anni
di piombo, II figlio del giornalista ucciso dalle Br racconta la tragedia
familiare e l'abisso personale), presentando il libro pubblicato da Andrea,
ricorda il giudizio di quest’ultimo «Chi coprì i terroristi è un assassino».
“La violenza
politica mascherata da rivoluzione che nel novembre del 1977 uccise suo padre
non irruppe all'improvviso nella vita di Andrea Casalegno, figlio del
vicedirettore della Stampa assassinato a Torino dalle Brigate rosse. Carlo
Casalegno era «un borghese democratico e progressista», anche se fu definito un
conservatore; un antifascista convinto, un resistente. Andrea, nato nel 1944,
fu un giovane degli anni Sessanta che abbracciò la sinistra estrema, con una
certa convinzione. Ma ebbe sempre limiti e principi che non immaginava
valicabili e che si riflettevano anche sul suo futuro. «Mi ero laureato in
diritto penale, ma avevo scelto quella materia quando pensavo di fare il
magistrato, un mestiere che non consentiva di fare il militante», racconta nel
libro “L'attentato” (Chiarelettere editore), storia dell'omicidio di suo padre
ma anche sua, della propria famiglia e delle proprie idee, di ieri e di oggi.
Sapeva distinguere, Andrea Casalegno, anche in quei tempi in cui molti confini
erano confusi. E ragionava sulla violenza, sull'uso che se ne poteva fare (e se
ne faceva) nella battaglia politica. Era un militante di Lotta continua quando
nel 1972 venne assassinato Luigi Calabresi, e fini in galera per aver
distribuito dei volantini che riportavano il giudizio dell'organizzazione su
quel delitto: «I proletari considerano l'uccisione di Calabresi un atto di
giustizia». Andrea ricorda che pure lui era intimamente convinto della
colpevolezza di Calabresi per la morte di Giuseppe Pinelli, l'anarchico
convocato in questura dopo la strage di piazza Fontana e volato da una finestra
del quarto piano. Distribuì i volantini davanti ai cancelli della Fiat senza
averli letti, lo fece solo a bordo della volante della polizia dopo l'arresto,
che anticipò una condanna a due anni di carcere per apologia di reato e
istigazione a delinque-re «che non stava ne in cielo ne in terra, e infatti
sarà poi riformata». Quanto al coinvolgimento di qualche compagno di Lc
nell'omicidio del poliziotto («sarebbe stato, oltre che vile, un imperdonabile
errore politico»), Casalegno scrive che all'epoca non lo riteneva possibile,
«ma non ho più le certezze del 1972». Poco prima dello scioglimento di Lotta
continua, Casalegno arrivò a versare nelle casse dell'organizzazione circa
venti milioni ricevuti dall'eredità di suo nonno, lo storico Luigi
Salvatorelli. Decisione che gli costò una rottura, figlia dei soliti, rigidi
principi: le eredità «erano soldi che ci derivavano dai nostri privilegi, dallo
sfruttamento dei lavoratori, e andavano restituiti ai legittimi proprietari, ai
compagni di lotta»- Forse è quello l'ultimo atto di adesione a un'idea rivoluzionaria,
che andava sfumando mentre altri si armavano, uccidevano anche a Torino, città
nella quale Andrea aveva continuato a vivere e lavorare, ora nella casa
editrice Einaudi, e preparavano l'attacco al padre Carlo. Quando un commando
brigatista sparò al vicedirettore della Stampa, fu come se una mano avesse
trascinato il giovane Casalegno in un gorgo prima guardato soltanto da fuori,
di cui aveva conosciuto contorni e increspature, riuscendo a distinguerne
assurdità e pericoli. E in quel gorgo s'è dibattuto nei tredici giorni
trascorsi davanti alla sala di rianimazione dove suo padre aspettava di morire.
Venivano in visita all'ospedale gli amici di Carlo Casalegno, e Andrea ricorda
che molti di loro «avevano fatto la Resistenza nel Partito d'Azione, come
l'uomo che i sedicenti rivoluzionari avevano colpito perché "agente della
controguerriglia psicologica". Il pellegrinaggio degli amici di Giustizia
e Libertà era la materializzazione dell'antitesi inconciliabile tra la vera
lotta partigiana e la sua caricatura criminale». Le riflessioni sono continuate
nei trent'anni successivi, scanditi da altre tragedie collettive e private,
fino a plasmare il pensiero di un uomo che oggi non si acquieta davanti alle
singole responsabilità di quella stagione di sangue: «I terroristi non vivono
nell'isolamento. Tutti coloro che li conoscevano e non li hanno denunciati, pur
essendo consapevoli che avrebbero ucciso ancora, sono degli assassini, né più né
meno dei terroristi». E sulle «disumanità» e «abiezioni» di brigatisti e
militanti di altre organizzazioni armate mena fendenti che assomigliano a
strali: «Lo stravolgimento dei valori fondamentali non può essere perdonato.
Nessuno tocchi Caino, d'accordo. Nessuno gli rivolga più la parola. Nessuno gli
stringa la mano». Forse qualcuno deve ancora parlare con Caino, interrogarlo,
non fosse che per comprendere a fondo le ragioni del male che ha seminato. Ma
c'è chi ha il diritto di non farlo, e di non sentirsi più chiedere il perché”.
Resti
sempre impresso nella nostra memoria l’esempio, il sacrificio di
Carlo Casalegno; voglio ricordarlo con le parole di Arrigo Levi e
Alberto Ronchey che, in un articolo a lui dedicato
pubblicato sul Corriere della Sera del 9 novembre 1997 da Costantino
Muscau e Michele Brambilla, hanno detto:
“A
vent'anni dalla morte del vicedirettore della "Stampa", lo ricordano
Arrigo Levi e Alberto Ronchey: "Fu la prima vittima sul fronte della
liberta' di pensiero" CASALEGNO Assassinio di un giornalista Il suo ultimo
articolo: "I guerriglieri uccidono per cinica scelta politica"
"Giornalista, schiavo maledetto, te lo scriviamo noi l'articolo
perfetto", gridano gli autonomi nelle piazze. "Colpiscine uno per
educarne cento", fanno eco le Br, che aggiungono: "Riflettete prima
di scrivere l'ultimo pezzo". E' quello che fa, come sempre, Carlo
Casalegno, 60 anni, vicedirettore de La Stampa quando, venerdi' 11 novembre
1977, scrive il suo ultimo articolo. Dove si legge: "I guerriglieri
colpiscono per una cinica scelta politica". Cinque giorni ancora e il 16
novembre, mercoledi', verso le 13,30, Carlo Casalegno viene abbattuto sotto
casa a Torino, in corso Re Umberto, con quattro colpi di pistola.”
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