RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
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VITTIME DEL TERRORISMO

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Il Consiglio dei Ministri mi ha nominato recentemente Prefetto di Torino. Sono onorato da questa destinazione in una delle città più importanti e prestigiose, che ha anch'essa pagato purtroppo un tributo di sangue importante nel periodo degli anni di piombo.

In merito a queste vicende hanno elaborato un eccellente documentario Stefano Caselli e Davide Valentini. Su "Repubblica", cronaca di Torino del 1 aprile 2008, Gian Luca Favetto ricorda che i due Autori hanno realizzato un documentario dal titolo “Anni spietati. Una città e il terrorismo: Torino 1969-1982” con la regia di Igor Mendolia. In un’ora di proiezione, con vecchi filmati, documenti e testimonianze, Caselli e Valentini non raccontano solo una vicenda politico-sociale, ma trovano ragioni al presente. Restituiscono dimensione pubblica a terribili ferite private. Recuperano storie di ieri e ricordano che cosa abbiamo alle spalle, quali orrori e dolori, quali illusioni. Fanno parlare la città, la comunità, questo luogo del cielo chiamato Torino, lunghi grandi viali, splendidi monti di neve, come cantava Lucio Dalla. Ripercorrono il periodo che va dal 1976 al 1982, quando Torino respirava al ritmo della grande fabbrica ed era un´altra città, forse inimmaginabile per chi non c'era. La cappa di sofferenza. Il delirio terrorista. La macabra abitudine degli attentati. La paura. I cortei e i funerali. Il senso d´impotenza. E poi, finalmente, la sconfitta brigatista. Sei anni che vengono da lontano, li racconta il film, e si spingono con le loro ombre e i loro effetti fino al nostro tempo. I terroristi pensavano di attaccare e distruggere lo Stato: ammazzavano solo persone e distruggevano famiglie. La dozzina di interviste, dall'allora sindaco di Torino Diego Novelli al giornalista Ettore Boffano, dall'ex militante di Lotta Continua Silvio Viale al giudice Giancarlo Caselli, riportano in primo piano i venti uomini trucidati a Torino e provincia: Emanuele Iurilli, Carmine Civitate, Giuseppe Ciotta, Fulvio Croce, Roberto Crescenzio, Carlo Casalegno, Rosario Berardi, Piero Coggiola, Lorenzo Cutugno, Salvatore Lanza, Salvatore Porceddu, Giuseppe Lorusso, Carlo Ghiglieno, Giuseppe Pisciuneri, Antonio Pedio, Sebastiano D'Alleo, Francesco Cusano, Carlo Ala, Benito Atzei, Bartolomeo Mana. Studenti, baristi, poliziotti, avvocati, giornalisti, impiegati, dirigenti, agenti di custodia, guardie giurate. Vittime di una guerra dichiarata da una parte sola. Via Millio 64, via Po 46, via Gorizia 67, via Petrarca 32, via Perrone 5, piazza Stampalia, eccetera sono i luoghi della mattanza, un rosario geografico, stazioni di un calvario cittadino. Nota Andrea Casalegno, figlio del vicedirettore de La Stampa colpito il 16 novembre 1977, morto dopo tredici giorni di agonia: «Uno può essere ex brigatista, ex terrorista, ma non può essere ex assassino. Assassino era e assassino rimane». Riconosce Ezio Mauro, direttore di Repubblica, cronista di quei fatti e quegli anni: «Le famiglie delle vittime sono state lasciate sole. Ho capito che per superare la fase del terrorismo bisogna rendere onore a loro. Solo dopo essere passati per questa stazione dolorosa e aver trasformato quel lutto privato in lutto della Repubblica, in un vero momento di condivisione, soltanto allora si può chiudere quella stagione. Probabilmente ci siamo, con ritardo drammatico». Ricordare serve a noi, più che alle vittime. Serve al futuro, più che al dolore.

Ho partecipato a Torino alla commemorazione del 30° anniversario dell’assassinio dell’Agente di custodia Lorenzo Cutugno, ucciso l’11 aprile 1978 dalle Brigate Rosse. In tale occasione ho pubblicamente ribadito la mia posizione, quale rappresentante dello Stato, condannando l’azione dei terroristi assassini e di chi ha loro offerto posti di responsabilità, anche in Parlamento, e chiedendo più rispetto e considerazione per i parenti delle vittime.

Riprendo sinteticamente il racconto dell’uccisione dell'eroico agente nel 1978, dal sito dell’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo. "Lorenzo Cutugno esce alle 7.30 del mattino dalla sua abitazione per recarsi al lavoro alle carceri “Nuove”. I terroristi lo stanno aspettando, sono un uomo e una donna e sul portone di casa gli sparano tutto il caricatore di 7 colpi. Nonostante le ferite Cutugno riesce a reagire e trascinandosi fuori riesce a sparare 7 colpi ferendo l’uomo alla schiena. Un terzo terrorista, che attende in auto, si porta alle sue spalle, spara fulmina Cutugno con 2 proiettili. L’uccisione dell’agente è preceduta da una serie di minacce culminate nel rogo della sua auto rivendicato dai Nuclei proletari comunisti. Lorenzo Cutugno lascia la moglie Franca Sabiano di 29 anni e la figlia Daniela di soli 4 anni. Il terrorista ferito da Cutugno è Cristoforo Piancone che viene lasciato dai complici al pronto soccorso all’astanteria Martini, si dichiara prigioniero politico e non vuole dire altro."

Piancone è stato protagonista di recente di un tentativo di rapina a Siena ed è stato arrestato dalla Polizia. Un altro reduce degli anni di piombo, Roberto Sandalo, pentito di Prima Linea, è stato arrestato a Milano quale autore di attentati nei pressi della moschea di via Quaranta.

Come ho rilevato più volte in questo sito la mala pianta non è ancora del tutto estirpata e dovremo continuare ancora a convivere, unico paese europeo, con i residui degli anni di piombo, verso i cui protagonisti, ormai liberi di rinnovare, almeno in parte, quelle nefandezze, qualche parte politica e qualche personaggio politico di primo piano conserva ancora, nonostante tutto, una particolare indulgenza. Abbiamo avuto come Segretario della camera dei Deputati perfino un ex terrorista, coinvolto nell’assassinio di un agente di Polizia! Quale mortificazione indicibile per i parenti della vittima!!!

Speriamo che, dopo le prossime elezioni, vi sia un’azione comune e bipartisan che riconosca gli errori commessi e faccia emergere la verità senza ipocrisie: gli ex terroristi assassini, dopo aver scontato (non completamente) le loro colpe, non siano osannati e gratificati oltremisura, e si attribuiscano finalmente ai parenti delle vittime quei riconoscimenti morali e materiali che per troppo tempo sono stati loro negati.

 

                          Paolo Padoin




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