LA CRISI GLOBALE

Sul numero 5 del
novembre-dicembre 2008 di “Università – notizie”, rivista dell’USPUR, il Prof.
Pier Paolo Civalleri, ordinario al politecnico di Torino, svolge un’analisi
molto lucida e razionale della situazione attuale dell’Università. e, più in
generale, della società italiana. Riassumo brevemente il contenuto
dell’articolo, raccomandandone la lettura integrale.
“Lo sfascio della Scuola media e (..) dell’Università non è certo un fatto nuovo e nemmeno recente nel nostro Paese. Esso trova le proprie origini in parte in una crisi culturale mondiale (…) ma soprattutto nell’assenza di una seria politica dell’istruzione da parte dei Governi che si sono succeduti alla guida del Paese; e forse, ancor più, in una serie di provvedimenti demagogici e talvolta demenziali, iniziati nei primi anni Settanta e proseguiti sporadicamente fino ad oggi.” Segue la storia delle riforme dell’Università e della scuola, i cui effetti negativi sono imputabili a responsabilità ripartite fra la politica, cui spetta la fetta più pesante, la magistratura amministrativa, il mondo accademico e l’atteggiamento mentale di gran parte delle famiglie che sempre più si sono preoccupate del titolo come passaporto per l’impiego anziché dell’impiego come conseguenza di una preparazione effettiva. Ha avuto così inizio la decadenza dell’artigianato e dei mestieri manuali e l’aumento esponenziale di laureati e diplomati, ormai impiegati in lavori del tutto inferiori alle loro aspettative, e che obiettivamente non richiedono il livello di preparazione presupposto dal titolo. La crisi della scuola e dell’Università si debbono ascrivere perciò
“in parte alla classe politica,
che avrebbe avuto il dovere di gestire l’istruzione pubblica in modo razionale
e non demagogico e clientelare, in parte alla classe accademica, che avrebbe
dovuto agire nello spirito di un servizio reso alla Stato e non dell’esercizio
di un potere personale. Ma esistono cause di crisi anche più profonde, radicate
nello stesso progresso culturale ed economico dei Paesi avanzati. Le società
avanzate hanno subito una radicale trasformazione per l’avvento
dell’automazione e successivamente dell’informatica. (…) La sostituzione
dell’uomo con la macchina nell’esecuzione di operazioni elementari ha condotto
all’estinzione delle catene di montaggio tradizionali e alla conseguente
riduzione del numero dei posti di lavoro. (…) Il problema della disoccupazione
derivante da tale fenomeno è stato aggirato dallo Stato attraverso la creazione
di posti di lavoro inutili, fra i quali conviene ricordare purtroppo anche molte
cattedre universitarie, soprattutto nelle burocrazie statali, regionali,
provinciali e comunali e negli enti pubblici a questi collegati. L’effetto
dell’informatica è stato, sotto il punto di vista dell’impiego del personale,
ancor più devastante. Nelle imprese assicuratrici, nelle banche, nelle imprese
commerciali sono state distrutte figure tradizionali impiegatizie dei livelli
più modesti, come il contabile e la dattilografa.
Un sistema di questo tipo non
avrebbe potuto reggere indefinitamente. (…) Il colpo di grazia che ne ha
accelerato la fine è venuto in conseguenza della globalizzazione e della crisi
finanziaria mondiale, seguita a breve dalla recessione dell’economia reale. In
queste condizioni il ridimensionamento di tutto l’apparato pubblico volto a
mascherare la disoccupazione reale è divenuto inevitabile. Ciò che non è stato
riformato quando sarebbe stato ora dai Ministri responsabili cade ora sotto la
mannaia del Ministro per l’economia: di cinque posti che vengono lasciati
liberi per pensionamento o volontarie dimissioni, ne rimane disponibile
soltanto uno (..)
A questo punto non è forse più il
caso di parlare di crisi dell’Università, ma dell’Università della crisi; la
crisi di tutti i valori economici, di tutte le certezze su cui riposano le
società dell’ Occidente offre alle Università migliori e ai migliori professori
l’occasione di cooperare alla rinascita del Paese.(…) I tagli programmati
dovranno essere inquadrati in uno schema che consenta all’Università, ridotta a
proporzioni molto più ragionevoli, di ricuperare la dignità, il prestigio e la
funzione sociale conferita da un alto livello dello studio scientifico e
dell’insegnamento. Il ricupero della figura del Professore universitario come
avente importanza primaria nello sviluppo del Paese non potrà andare disgiunto
dalla questione morale. Da Professori scelti attraverso una selezione giusta ma
molto severa e trattati, anche economicamente, con la dignità che la posizione
richiede, ci si deve attendere un comportamento ineccepibile: chi sbaglia è
giusto che paghi.
Paolo Padoin
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