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PREMI NOBEL E VITTIME DEL TERRORISMO

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In un’intervista rilasciata a Mirella Serri e pubblicata l’8 novembre 2007 sulla Stampa Dario Fo traccia un suo autoritratto, e all’inizio del suo discorso ricorda un personaggio di una commedia di Aristofane, che ad ogni occasione si presentava con il casco piumato dei combattenti. “Anche quando va dalla sua amante si presenta tutto nudo ma col casco in testa. Ma che gran testa di casco, dicono tutti.”

E successivamente, a una domanda della giornalista: “Forse il giullare vede e prevede come una Pizia?”, il Premio Nobel risponde: «Niente di sacrale, per un laico come me. Però, quando si toccano certi temi, va a finire che si fa centro. Fanfani rapito l'ho scritto cinque anni prima che le Br sequestrassero Aldo Moro. Nella mia pièce non entravano certo gli uomini con la stella a cinque punte ma Giulio Andreotti, l'antagonista di sempre del “piccoletto” della politica italiana. Anche nel caso di Morte accidentale di un anarchico, per primo ho usato la parola “accidentale” che poi è stata adoperata dall'indagine della magistratura per connotare la caduta di Giuseppe Pinelli dalla finestra. La vicenda ha assunto toni grotteschi. Sono state inventate improbabili sindromi di Pinelli, si è parlato di follia. I poliziotti hanno fatto delle magre incredibili, dichiarando, per esempio, di aver trattenuto per un piede il suicida e relativa calzatura. L'assurdo è che il morto è stato trovato con entrambe le scarpe ai piedi. Tutto pur di salvare la polizia dalla responsabilità della morte di un innocente».

Ma il giullare, pronto a svelare verità nascoste e segrete, qualche volta ci ripensa? Lo ha letto il libro-testimonianza di Mario, figlio del commissario Luigi, protagonista della sua commedia? Sulla vicenda sono tornati alcuni degli 800 politici, intellettuali, giornalisti che in quegli anni cruenti firmarono l'appello sull’Espresso che suonava come una condanna del poliziotto assassinato. «Mi stupisco di questi ripensamenti. Bella dignità che hanno. Il libro di Mario Calabresi non l'ho letto. Né l'ho mai incontrato di persona. È difficile parlare con un figlio della morte del padre. Ma sotto c'è qualcosa che ancora oggi è incredibile. Luigi Calabresi sapeva che lo avrebbero ucciso, gli avevano tolto anche la scorta. Lui stesso lo aveva preannunciato. Sono state le polizie segrete, organizzazioni parallele che volevano impedirgli di rendere noto tutto quello che sapeva. Lui avrebbe potuto tirarli dentro e riferire sulle responsabilità dei suoi colleghi. Non tutto torna sotto forma di farsa, talvolta anche di tragedia».

 

Il Commento di Pierluigi Battista su queste dichiarazioni, apparso sul Corriere della Sera del 12 novembre 2007 è sferzante:

«Come definire questa insensata sindrome dell'ostinazione di cui sembra prigioniero Dario Fo? Quale demone ideologico lo sprona a riproporre in scena il suo «Morte accidentale di un anarchico» senza una parola di pietas per il commissario Luigi Calabresi, ucciso dopo il feroce, violento, insopportabile linciaggio che lo denigrava come il responsabile della morte di Giuseppe Pinelli? È ingiusto chiedere a Fo l'autocensura, la cancellazione dal suo teatro di quella pièce pur cucita con i materiali inquinati dal pregiudizio e dal fanatismo politico? O addirittura l'intervento del governo, come suggerisce su Libero Renato Farina, contro uno spettacolo che in questi giorni è in scena a Milano. Ma la testarda difesa di un'infamia di oltre trent'anni fa, questa rivendicata impermeabilità al dubbio e al ripensamento, tutto questo Dario Fo non potrebbe risparmiarcelo?

E invece Fo, in un'intervista rilasciata a Mirella Serri per La Stampa, addirittura accusa chi si è pubblicamente vergognato di aver partecipato all'atroce campagna contro Calabresi di non avere «dignità». Liquida con sprezzante sbrigatività il libro di Mario Calabresi, il figlio del commissario: «Non l'ho letto, è difficile parlare con un figlio della morte del padre». Disegna ancora con furore incomprensibile una dietrologia di seconda mano (sono state le polizie segrete, organizzazioni parallele che volevano impedirgli di rendere noto tutto quello che sapeva)  per creare attorno alla figura del commissario Calabresi un'aura torbida, un'atmosfera tenebrosa che vorrebbe confermare i sospetti, pur sgretolati da una sentenza della magistratura ripetutamente spiegata in questi anni  dal giudice D' Ambrosio, sulle responsabilità del commissario nella morte dell'anarchico Pinelli.

Sottoscrive con arroganza, a tanti anni di distanza, l'annichilimento in effigie di quel «Commissario Definestra», che è il mostro della pièce teatrale scritta emessa in scena nel 1970: il mostro che qualcuno nel 1972 si incaricherà di cancellare da questa terra, con un omicidio che grava ancora sulla.coscienza nazionale, anche se tanto tempo è passato dai lugubri anni di piombo.

Ma il tempo non ha insegnato nulla. La scia di una terribile menzogna non si è ancora dissolta. Nelle parole di Dario Fo, le vittime vengono ancora raffigurate con i tratti del carnefice, anche a costo di negare il passaporto della dignità a chi, riconoscendo un errore imperdonabile, ha chiesto scusa alla famiglia Calabresi provando orrore per i toni spietati che si possono raggiungere quando si cede alle tentazioni della barbarie politica e dell'accecamento ideologico. Non si riconsidera nulla, non si esce dalla malia di una stagione politica tetra e asfissiante, non si riscatta nemmeno la memoria del povero Giuseppe Pinelli, si perpetua la messa al bando morale di un commissario di polizia assassinato, fatto oggetto di un odio implacabile e prolungato negli anni con la caparbietà ottusa che Mario Calabresi ha descritto con impressionante sobrietà nelle pagine del suo Spingendo la notte più in là.

Dopo tanti anni le vittime vengono ancora raffigurate con i tratti del carnefice.

La fedeltà a se stessi, però, se esibita con tanta plateale incapacità di vedere le cose e la realtà, si trasforma impercettibilmente in una grottesca autocaricatura, nella parodia di un autismo ideologico che fa male a chi ne è incapsulato oltre che alla memoria di chi ha subito nella propria carne gli effetti di una grande bugia. Una farsa che diventa una tragedia: il contrario della famosa, sferzante sentenza di Karl Marx; il compimento paradossale di un teatro che pretendeva, addirittura, di fare la storia.»

 

In attesa della replica (se ci sarà) di Mario Calabresi, le dichiarazioni di Dario Fo e la riproposizione della sua commedia dopo tanti anni a Milano mi disgustano e, riprendendo le parole della sua intervista, mi viene spontaneo un solo commento: ma che gran testa di casco il Premio Nobel Dario Fo e che grandi teste di casco i membri della Commissione che, a suo tempo, hanno conferito il premio a un simile personaggio.

Paolo Padoin

 

 


                          




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