RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
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L’ECLISSI DELLA LEGALITÀ

Allievi polizia

Il tema dell’eclissi della legalità nel nostro paese non è un retaggio storico degli anni Novanta: è stato ed è il nodo centrale della nostra vita sociale perché mai come in questi ultimi anni il rispetto delle regole che ci si è dati – per sviluppare ordinatamente la vita sociale, per ridurre le prevaricazioni dei potenti, per assicurare eguaglianza effettiva tra i cittadini, per garantire anche ai più deboli i diritti fondamentali – è divenuto un optional nella vita comunitaria. Sembrava che la fiammata suscitata da Tangentopoli dovesse portare a un nuovo senso etico, pubblico e privato: è stato invece un fuoco di paglia,effimero e velleitario, perché la corruzione esiste ancora e prospera in molti ambienti.

Di fronte a tale situazione è necessario ancora una volta promuovere moralità e legalità. La Commissione ecclesiale della CEI “Giustizia e pace”, allora presieduta da Mons. Giovanni Volta, Vescovo di Pavia, già con un documento dal titolo “educare alla legalità” (del 4 ottobre1991) aveva ricordato che il principale fattore che ha messo a rischio la giustizia e la pace nel nostro Paese è stato la caduta del senso della moralità e della legalità nelle coscienze e nei comportamenti di molti italiani.

 La crisi della legalità si è manifestata e si manifesta non solo in fenomeni quali tangentopoli, l’evasione fiscale, l’esplosione della grande criminalità organizzata, l’aumento dei reati di criminalità diffusa, il bullismo, il teppismo, ma anche nell’estesa inottemperanza alle regole fondamentali dell’agire quotidiano (inosservanza dei divieti, delle norme del codice della strada, vandalismi, utilizzo del trasporto pubblico senza biglietto), in pratica nel disprezzo conclamato delle regole di vita civile. È proprio questa mentalità che bisogna combattere, perché ci ha portato a tollerare i comportamenti illegali, ad accrescere la sensazione di diffusa impunità, ad accettare che chi ha collegamenti con politici influenti, con poteri forti, con lobby commerciali, industriali, editoriali ecc., può permettersi comportamenti scarsamente rispettosi delle regole senza timore di sanzioni. Leggi troppo permissive spesso non consentono alla magistratura e alle altre istituzioni d’intervenire in modo efficace; mancano controlli amministrativi e contabili seri e puntuali, manca il controllo sociale, scuola e famiglia non riescono più a dare ai giovani l’educazione che sarebbe necessaria per ripristinare il primato della legge.

Recentemente si è imposto all’attenzione il caso di Napoli, città e area degradata anche per demerito dei politici (sempre gli stessi) che si sono succeduti al governo di città, provincia e regione. È significativo a tal proposito un articolo di Dacia Maraini, pubblicato sul Corriere della Sera del 7 novembre 2006 , che paragona Napoli alla Tebe di Edipo, ma che può adattarsi anche a tante altre nostre realtà: “il vizio sta proprio in quel sottile limite fra il lecito e il non lecito, che con troppa disinvoltura e per troppo tempo si è pensato di poter tollerare. Nel frattempo la giustizia annaspa, avanzano gli indulti, e con questi la legge perdona, accondiscende, dimentica. La città di Tebe, racconta Sofocle, si è ammalata perché ha chiuso gli occhi, perché non ha saputo né voluto vedere le responsabilità di chi l’ha governata per decenni, diventando di fatto connivente con un modo di vita che disprezza la legalità, denigra lo Stato, umilia la verità.”

Del resto, per proseguire nell’excursus storico, possiamo aggiungere che già diciotto secoli fa il giurista romano Ulpiano ricordava ai suoi concittadini che tre sono le regole base per garantire la civile convivenza: vivere onestamente, non danneggiare gli altri, dare a ciascuno ciò che gli tocca.

La città di Tebe, che nel suo articolo la Maraini ha paragonato provocatoriamente alla Napoli odierna, potrebbe identificarsi, sia pure in misura minore, con tante altre realtà ove la tolleranza delle piccole illegalità, e cioè l’inosservanza dei principi fondamentali ricordati da Ulpiano, può portare (anzi, ha già portato) all’illegalità diffusa e, progressivamente, a un’incontrollata e incontrollabile criminalità.

 La politica certo non agevola l’azione di magistratura e Forze dell’ordine quando, per esempio, procede alla concessione di indulti e amnistie. La situazione è divenuta tale che lo stesso Ministro dell’Interno, On. Amato, ha auspicato una maggiore certezza delle pene. "Ho chiesto ai miei uffici - ha spiegato - come rafforzare le norme per la carcerazione preventiva, la recidiva e la sospensione condizionale della pena. Esistono delitti, a volte minori, come rubare un portafoglio, che vengono commessi con l'uso delle armi o con violenza diretta a persone. Questo porta al diffondersi di una criminalità senza regole e spregiudicata che, se non adeguatamente contrastata, può condurre a delitti più gravi. In Italia non possiamo permetterci di avere un indulto permanente; se un atto viene definito come un crimine deve essere associato alla certezza di una pena, altrimenti cessa di essere percepito come un crimine.

Nel rispetto più assoluto della Costituzione si può pensare di agire su vari punti dei codici penale e di procedura penale. La mia sensazione è che abbiamo purtroppo dei casi, soprattutto di criminalità urbana, nei quali è diventato un modo di vivere quello di usare violenza alle persone per strappare beni. In questo caso la carcerazione preventiva si giustifica per evitare che vengano commessi altri crimini da quella stessa persona”.

L’urgenza di mettere in pratica i provvedimenti illustrati in questa proposta è stata confermata da alcuni episodi, avvenuti nelle nostre città. Soprattutto le donne erano colpite dalle ripetute e talvolta violente imprese di uno scippatore, catturato dalla polizia; ma la magistratura, sulla base della normativa vigente, lo ha subito rilasciato dopo il patteggiamento della pena. L’impegno delle forze dell’ordine è stato così vanificato, e di conseguenza è aumentata vertiginosamente la sfiducia dei cittadini nell’efficacia della giustizia.

Nonostante le molteplici richieste di modifica di questa legislazione permissiva - nata a suo tempo (legge Gozzini) dall'ispirazione del buonismo cattolico e del populismo di una certa sinistra, ma perpetuata o tollerata poi anche da maggioranze di diverso colore politico – niente è mutato, e di questa situazione approfittano anche molti dei migranti “nuovi arrivati”, che naturalmente si adeguano subito alle nostre peggiori abitudini.

Lo Stato che rilascia un pluripregiudicato rapinatore recidivo, consentendogli di tornare a rubare e forse a uccidere, mentre sbatte in galera il lavoratore onesto che -sia pure eccedendo - ha tentato di difendere se stesso o il frutto del proprio lavoro, assomiglia molto alla Milano dei Promessi Sposi dove, a onta delle severissime gride, nessuno osava toccare i malviventi più pericolosi, ma si arrestava prontamente un innocuo poveraccio come Renzo colpevole solo di aver gridato "pane e giustizia".  Aggiungete poi la crisi dei valori, della famiglia, della scuola, dell’università, il diffuso disagio giovanile, e il quadro di un mondo in difficoltà sarà completo. Il cittadino onesto coltiva il proprio orticello, cercando di compiere il proprio dovere nella speranza che questo silenzioso impegno possa condurre a tempi migliori.

Ma non sono soltanto i gravi fatti di cronaca che turbano la coscienza di ognuno, perché la gente è sensibile alle molte piccole manifestazioni d’illegalità che vengono giornalmente tollerate per quieto vivere, per superficialità, per timore d’innescare vicende destinate a produrre danni maggiori. Tra i molti episodi che potremmo estrarre dalle cronache quotidiane, mi limiterò a scegliere da settori diversi alcuni esempi illuminanti: in parte inerenti all’attività politico-amministrativa, anche locale, in parte relativi a enti pubblici e all’ambito universitario, ovvero a gruppi di privati cittadini i cui comportamenti sfociano in illiceità lesive dell’interesse collettivo.

I mass media nazionali e locali hanno recentemente ricordato diverse posizioni d’incompatibilità dei nostri politici: senatori che conservavano l’incarico di Presidente di Regione, parlamentari o amministratori locali che mantenevano incarichi in enti di gestione, sindaci che, nonostante il preciso divieto legislativo, si sono ripresentati alle ultime elezioni per ricevere dagli elettori il terzo mandato. Soprattutto nell’ultima ipotesi si compie un atto a mio avviso gravissimo: se i rappresentanti istituzionali sono i primi a violare la legge, quali conclusioni ne debbono trarre i cittadini da loro amministrati? In alcuni casi l’incompatibilità è stata evitata autonomamente dalle dimissioni presentate entro i termini, in altri la stessa situazione, ancor prima della scadenza del termine previsto per l’opzione, è stata sottoposta al vaglio dell’Autorità giudiziaria grazie al ricorso di rappresentanti dell’opposizione politica. Per qualche sindaco al terzo mandato è intervenuta una sentenza dell’autorità giudiziaria su ricorso di rappresentanti dell’opposizione o del Prefetto, com’è avvenuto per molti sindaci, che sono stati dichiarati decaduti prima dal Tribunale e poi dalla Corte d’Appello competenti. Alcuni di questi sindaci però sono stati nominati Assessori esterni dai Vicesindaci, ai quali era stata affidata la gestione dell’Amministrazione, perpetuando così di fatto l’illegittimità. In conseguenza di tale situazione Il Ministero dell’Interno è nuovamente intervenuto sulla questione indicando che i Comuni nei quali il sindaco era stato rieletto in spregio del divieto del terzo mandato dovevano essere commissariati, in attesa delle prossime elezioni amministrative. Era stata così sanata, dopo qualche incertezza procedurale, una situazione d’illegittimità patente, ma qualche TAR, sulla base del ricorso presentato dalle Amministrazioni interessate, ha sospeso la decisione di qualche prefetto, rimettendo provvisoriamente in sella i vicesindaci. Il  Consiglio di Stato ha poi ripristinato la situazione..

A tal proposito ritengo opportuno citare nuovamente un parere del nostro Ministro dell’Interno. L’On. Amato si è pronunciato più volte sulla questione del terzo mandato dei sindaci, ribadendo il concetto che, ove il Parlamento decida una modifica legislativa che reintroduca la possibilità del terzo mandato, non sia ammissibile una sanatoria per i sindaci che hanno violato la legge, per non perpetuare un´abitudine italiana, da lui e da tanti altri non condivisa, quella di violare le leggi e di cambiarle (con annessa sanatoria) dopo averle violate.

Il caso dei concorsi universitari pilotati, per alcuni dei quali sono state avviate indagini giudiziarie, è fin troppo noto, ma voglio ricordare quanto ha affermato Sergio Romano in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 31 luglio 2006 , dal titolo «La lobby che tiene famiglia». Riferendosi a tutti casi in cui alcune corporazioni s’inseriscono in procedimenti amministrativi o legislativi per trarne profitto, l’ex Ambasciatore afferma che “le corporazioni diffidano del merito, sanno che l’applicazione di questo criterio per il reclutamento e la promozione delle singole persone introduce un intollerabile elemento d’imprevedibilità ed è un attentato al diritto di cooptazione. Gli avvocati, i notai, i professori universitari e altri membri di antiche professioni liberali si considerano comproprietari di un sodalizio cui debbono poter accedere anzitutto (se non esclusivamente) figli, congiunti, allievi, collaborato rifedeli”. In ambito universitario esistono da tempo almeno tre siti, il primo gestito dal Coordinamento intersedi dei professori universitari di ruolo (http://www.cipur.it), sotto la voce “tribuna concorsi”, il secondo denominato (http://www.ateneopalermitano.it), il terzo gestito dal Cineca (http://cnu.cineca.it), alla voce usi e costumi, che si occupano dei casi di procedimenti sospetti.

Tra gli esempi più eclatanti figura un posto di ricercatore di economia agraria, concesso alla facoltà di Medicina di Firenze, per il quale è risultato vincitore l’unico concorrente, figlio del Rettore di quell’Ateneo, per mera combinazione anch’egli docente dello stesso gruppo concorsuale (tale procedura è attualmente all’esame della magistratura di Trieste). Al di là di eventuali illiceità penali, il cui accertamento spetta ovviamente alla magistratura, è palese la caduta di stile.

Al riguardo sono istruttivi alcuni articoli, il primo dei quali è stato redatto da G. Guastella, dal titolo “concorsi pilotati”, ed è apparso sul “Corriere della Sera” del 29 giugno 2005 . Come si è letto anche sull’“Unità” del 3 luglio2005 , lo scandalo dei concorsi di famiglia nell’Università comprendeva “commissioni selezionate solo sulla base di chi deve vincere, figli di professori che finiscono in cattedra, espulsioni di chi non rientra in un ristretto gruppo di potere”. Con riferimento anche al suddetto caso del posto d’economia agraria, viene rilevato che le sorti di questa materia, come di tante altre, risultano costantemente gestite da un gruppo ristretto di persone. La stampa nazionale ha cominciato a evidenziare più spesso questi problemi. L’Espresso n. 3 del 25 gennaio u.s. dedica un ampio servizio dal titolo “La mafia dei baroni” a questo tema, riportando in evidenza particolare i casi sopracitati e le indagini in corso in diverse procure d’Italia. Il Messaggero del 24marzo corrente riporta un articolo di Anna Maria Sersale, la quale afferma che "per gestire il potere negli atenei ci sono metodi da Cosa Nostra. Lo dicono i magistrati inquirenti, quei magistrati che hanno radiografato decine di assegnazioni di cattedre e messo le mani sul verminaio dei concorsi. (...) L'epicentro del fenomeno comunque è a Bari e a Firenze.(...) Sono tre le inchieste più recenti sui concorsi: Bologna, Bari e Firenze: Un centinaio gli indagati in tutt'Italia". Di queste stesse vicende si occupano due recenti pubblicazioni: il volume di Cristina Zagaria: Processo all’Università cronache dagli atenei italiani tra inefficienze e malcostume, Dedalo editore, gennaio 2007; il saggio di due matematici, Mariano Giaquinta della Normale di Pisa, e Angelo Guerraggio della Bocconi di Milano, dal titolo "Ipotesi sull'Università". Addirittura un sito nato negli Stati Uniti e gestito da professori italiani, attenti alle cose di casa nostra, pubblicizza ampiamente questi fatti non proprio edificanti:

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/463#body.

Un altro episodio esemplare è stato recentemente ricordato dalla stampa. Come rileva F.Sottocornola su “Il Mondo” n. 6 del 9 febbraio 2007 , il Direttore del SUM, Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze, anche in qualità di Presidente del Consiglio provvisorio dei docenti, ha provveduto, insieme ai Rettori di Firenze e Napoli, alla chiamata del primo nucleo dei docenti dell’Istituto, fra i quali era compreso lui stesso, attuando un singolare esempio di “autochiamata”.

Un sito nato recentemente (www.ateneopulito.it) richiama l’attenzione dell’opinione pubblica sull’attività di lobby universitarie che si costituiscono in “centri d’eccellenza” autoreferenziali (SUM di Firenze, IMT di Lucca, IIT di Genova ecc.), adottando, come sopra rilevato, per la cooptazione dei docenti, procedure a dir poco singolari. Tali centri contribuiscono fortemente alla dilatazione della spesa pubblica, sottraendo fondi ad atenei di ben più solida e antica tradizione, che recentemente (vedi i casi di Padova e Venezia) sono stati costretti a una sorta di ‘disobbedienza civile’, ossia a deliberare uno “sciopero fiscale” per le restrizioni imposte dalla finanziaria anche per le spese di funzionamento, a fronte delle generose e munifiche elargizioni dispensate a piene mani a queste nuove (e probabilmente superflue) istituzioni.

Infine un cenno all’attività dei tanti comitati, spontanei e non, nati un po’ dovunque per la tutela d’interessi particolari di categorie o gruppi di cittadini. Comitati di automobilisti contro gli autovelox, di ciclisti contro i divieti di attraversare determinate zone dei centri storici, di commercianti contro le zone blu quasi ogni giorno attaccano le autorità locali per difendere pretesi diritti dei loro associati. Ma se è indubbio, ad esempio, che gli autovelox sono anche una fonte di sostentamento delle finanze comunali, è vero però che la loro funzione primaria è ben più importante, trattandosi di scoraggiare chi viaggia a 120 km/h. - laddove il limite è di 70 - non tanto per estorcere un ulteriore balzello, quanto per evitare incidenti gravi. Comitati interessati si attivano per difendere le cosiddette “vittime degli autovelox”, elaborano ricorsi (a pagamento) a prefetture e giudici di pace, cercano di delegittimare le istituzioni che agiscono a tutela della sicurezza pubblica. Analogamente, se esiste un divieto di circolazione per biciclette in determinate zone, non è per una bizzarra pensata di chi lo ha imposto, ma per evidenti motivi di sicurezza (la presenza di rotaie, ad esempio, può mettere a repentaglio l’incolumità dei ciclisti). Non è pertanto ammissibile che chi infrange questo divieto, regolarmente segnalato, protesti violentemente in caso d’incidente e chieda addirittura un risarcimento al comune.

Ma le pretese di questi comitati non debbono meravigliare più di tanto, visto che molti addebitano la causa degli incidenti stradali mortali non tanto all’imprudenza, all’alta velocità, alla guida in stato d’ebbrezza soprattutto da parte dei più giovani, quanto all’assenza di controlli, alle carenze strutturali delle strade e della segnaletica, persino agli alberi dei viali, messi sotto accusa per non aver evitato l’auto condotta dal giovane imprudente che, come un bolide impazzito, li ha centrati in pieno. Purtroppo quando un evento doloroso ci interessa da vicino o quando dobbiamo risolvere un problema nel quale siamo coinvolti, non c’è spazio per l’autocritica. La colpa è sempre degli altri, in genere di una pubblica autorità che dovrebbe intervenire e tutelarci anche in caso di nostre precise responsabilità.

L’eclissi della legalità è stata percepita dagli operatori più attenti e consapevoli: l’ex pm di mani pulite, Gherardo Colombo, proprio in questi giorni ha preannunciato, in un’intervista al “Corriere della Sera”, le sue dimissioni dalla magistratura. “Mi sono convinto –ha detto Colombo – che, affinché la giurisdizione funzioni, è necessario esista una condivisa cultura generale di rispetto delle regole. E invece, in Italia, quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta; la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su due categorie: furbizia e privilegio”. Per questo motivo il dr. Colombo si ripromette di dedicare la sua attività futura a informare meglio le giovani generazioni e a invitarle a riflettere sul senso della giustizia.

La disaffezione dalla politica e la distanza crescente fra paese reale da un lato, politica e istituzioni dall’altro è pienamente confermata infatti da una recentissima indagine sul tema “Gli italiani e lo Stato” condotta dall’istituto“Demos” per conto del giornale “la Repubblica”, dalla quale emerge un contesto sociale che è divenuto più particolaristico, insofferente, diviso, lontano dallo Stato e dalle istituzioni che lo rappresentano.

L’insoddisfazione degli italiani verso i servizi è cresciuta ancora, nell’ultimo anno, soprattutto verso quelli pubblici. Ma alle virtù del privato credono in pochi; oltre otto persone su dieci preferiscono che la gestione della scuola o della sanità resti, comunque, in mano allo Stato o agli enti locali. È aumentata l'indulgenza verso comportamenti illeciti, in ambito sociale ed economico. Non solo copiare un compito d’esame o riprodurre cd musicali e video, ricorrere alla raccomandazione per ottenere un posto o una visita medica o effettuare pagamenti senza ricevuta sono considerati comportamenti normali, ma persino il lavoro nero e l’abusivismo edilizio raramente suscitano indignazione. C'è domanda di Stato, ma lo Stato continua ad apparire lontano.

 

Analizzando i risultati dell’indagine, Ilvo Diamanti (Gli ossimori di un paese immobile, “la Repubblica” del 14.12.2006) osserva che nell’Italia del 2006 si rilevano alcuni paradossi inquietanti. Il primo - e più noto - è il paradosso dello "strabismo etico". Gli italiani seguono criteri di giudizio e di condotta diversi a seconda che affrontino questioni generali oppure personali. Insomma, guardano in direzioni opposte. Per cui sono insoddisfatti del pubblico, sfiduciati dello Stato, ma vogliono che i servizi sociali restino in mano al pubblico, controllati dallo Stato (o dagli enti locali). Si rendono conto che occorre riformare le pensioni, senza ulteriori ritardi, ma si oppongono a ogni riforma che allunghi l'età pensionabile. Sono d'accordo sulle liberalizzazioni, ma non per la propria categoria, per il proprio ordine professionale. La loro insofferenza fiscale ha raggiunto livelli di guardia, ma non accettano riduzioni della spesa per i servizi, vogliono più servizi e più assistenza, ma senza pagare più tasse.

Per definire il secondo paradosso viene usato un altro ossimoro: la "solidarietà egoista". Riflette la tendenza della partecipazione sociale e associativa a inseguire, sempre di più, temi specifici; a mobilitarsi intorno a interessi particolari. Così, si è sviluppata e si sta ulteriormente sviluppando una rete di solidarietà ‘corte’, di tipo ‘difensivo’, una solidarietà molecolare, a tutela di cerchie più o meno ampie, più o meno ristrette. Ciascuno immerso nella sua nicchia, nella sua lobby, nel suo clan, nel suo ordine professionale, nel suo comitato, nella sua famiglia. A difendersi dallo Stato, ma anche dagli ‘altri’, sempre meno disponibile a pagare personalmente per il ‘bene comune’ e per il futuro, sempre pronto a partecipare, ma ‘contro’.

Diamanti conclude che ne esce rafforzato il paradigma del ‘governo indeciso’, che da troppo tempo assilla il nostro Paese. Ogni governo, alle prese con lo "strabismo etico" dei cittadini e con la "solidarietà egoista" della società, alla fine sceglie di non scegliere, procede in modo contraddittorio. Annuncia alcune fondamentali riforme ma poi le rinvia, è influenzato sempre più dai sondaggi, dai fischi, dalle proteste di piazza, dalle polemiche mediatiche, per cui, alla fine, non decide e alimenta ulteriormente sfiducia e dissenso.

 Poiché la politica, oggi come ieri, non sembra in grado di fornire dei riferimenti chiari, di indicare delle mete condivise, sarebbe necessaria una decisa inversione di tendenza, con meno liti e meno contrapposizioni sia interne ai due schieramenti sia fra i contrapposti schieramenti, con accordi di ampia portata che possano finalmente fissare scelte e regole condivise almeno sulle riforme fondamentali per il nostro paese (legge elettorale, adeguamento della Costituzione, completamento della riforma delle pensioni). Si dovrebbe superare la nefasta influenza delle piccole e grandi lobby, e perseguire la tutela degli interessi generali della collettività anziché la difesa di una somma indefinita d’interessi particolari spesso in conflitto fra loro.

Gli esempi recenti dei rapporti fra le nostre forze politiche e fra i loro leader, anche all’interno delle singole coalizioni, non mi sembrano però incoraggiare l’auspicata soluzione. Il Presidente del Consiglio si è recentemente impegnato a varare la fondamentale riforma del sistema elettorale soltanto se questa sia largamente condivisa, e il Presidente della Repubblica, nel corso della sua recente visita in Veneto, ha invitato ancora una volta le forze politiche alla collaborazione. Speriamo che almeno quest’iniziativa abbia esito favorevole e possa segnare un’inversione di tendenza che consenta di arrivare all’approvazione delle riforme fondamentali per il nostro paese. Occorre uscire da questo circolo vizioso per far sì che ciascuno si adoperi per migliorare il proprio settore d’attività, contribuendo ad elevare il rispetto della legalità. Un proverbio latino diceva «bisogna stare attenti alle piccole cose»: se uno è rispettoso della moralità e della legge nelle piccole cose sarà capace di esserlo anche nelle grandi.

Dobbiamo convincerci che talvolta l’interesse personale deve essere sacrificato a fronte dell’interesse comune, ma l’esempio deve darlo innanzitutto chi è chiamato, ai vari livelli, a governare i settori fondamentali della nostra vita politica, culturale, economica, amministrativa e sociale, per far sì che anche i nostri cittadini capiscano e si adeguino.


Paolo Padoin (Prefetto di Padova)

 


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