
Ospito molto volentieri nel mio
sito dedicato alle legalità un intervento del Prof. Vito Piepoli, Consigliere
Nazionale Centro Internazionale Studi Sturzo (C.I.S.S.) sul tema Etica, morale e sviluppo economico.
“Non parliamo di valori religiosi, ma di etica ed
impresa. Si faccia quindi immediatamente una distinzione sottile, che potrebbe
apparire ovvia ma non lo è, tra etica e morale. Quando parliamo di etica parliamo di principi che sono raggiunti
attraverso la ragione e questa come tale non ha una collocazione particolare.
Quando invece si parla di morale, allora si parla normalmente di una scienza
che viene portata avanti alla luce della fede, che poi finisce per sorreggere
l’impianto etico tanto è che questo diviene allora importante, in modo da non rimanere
impantanati tra un moralismo confuso o un razionalismo dogmatico. Ciò che serve
a mio avviso, per sviluppare questo tema, è piuttosto verificare come l’idea
stessa di impresa vada inserita all’interno di un dinamismo più ampio,
onnicomprensivo che è proprio quello del primato dell’agire personale e non di
altro. In questa prospettiva allora l’impresa dovrebbe far emergere al meglio
le capacità creative della persona che consentono non solo di accrescere
l’organizzazione del lavoro produttivo, ma di esprimere al meglio la propria
dimensione umana. Una simile prospettiva allora porterebbe inevitabilmente a
produrre anche vera ricchezza e vero profitto. In questo senso sorge la
questione etica, soprattutto quando si verifica il carattere sperimentale a cui
l’impresa è sottoposta. Ciò che ci si dovrebbe domandare è non solo riguardo la
liceità della sperimentazione in sé che viene compiuta, ma anche sulla
proporzione tra questa e i risultati che si devono raggiungere, il capitale che
è investito e i rischi a cui i componenti dell’impresa sono sottoposti. E
questo giudizio prima di essere di ordine prettamente economico è di ordine
etico. Non possiamo negare che oggi si è davanti ad un nuovo concetto di
proprietà. Ed è la proprietà che deriva dalla conoscenza scientifica, dalla
produzione tecnologica, e in alcuni paesi anche tra i più industrializzati, la
rincorsa verso questo tipo di proprietà, ad essere l’obiettivo primario che
viene perseguito. Inevitabilmente allora dovremmo considerare in che modo questa
dimensione del profitto che pone l’esigenza di un giudizio etico, possa essere
realizzata. Penso che non possiamo dimenticare che esistono diverse forme di
proprietà e di profitto realizzato. Ad esempio un giudizio etico dovrebbe
essere dato sul profitto figlio del monopolio, dove il mercato concorrenziale
anche ideale frutto delle regole e del
rispetto cede all’abuso di coloro che contravvenendo alle regole democratiche
detengono posizioni dominanti. Inoltre, se ci si guarda intorno non si può
fingere di non vedere come in molti casi, ad esempio, il profitto non produca
necessariamente progresso in termini di accumulazione tecnologica e di
conoscenza organizzativa. Così come appare evidente che esiste un profitto che
scaturisce da relazioni patologiche tra i poteri, che consiste in un sistema di
connivenze più o meno occulto ed illegale che coinvolge rispettivamente parti
rilevanti che gestiscono il denaro
pubblico con l’uso di imprenditori privati. Non possiamo dimenticare altre
forme di profitto quali ad esempio l’ipotesi tutt’altro che remota circa i
profitti di guerra, i profitti che derivano dall’uso arbitrario e dispotico del
potere politico. Ancora, quelli che derivano da ciò che può essere una
irresponsabile speculazione finanziaria. Non possiamo dimenticare, infine,
questione non di minore importanza, le diverse forme di profitto illegale
frutto della malversazione, della frode, dell’inganno e della violenza. Questa
semplice esemplificazione, mostra che il profitto non rappresenta l’unico
indice di sviluppo economico e di buon andamento. Esiste purtroppo un profitto
che devasta tutto ciò che incontra e di cui si serve. Un profitto che
impoverisce la terra, che rende invivibili le città, che contribuisce a
disgregare le famiglie, che paradossalmente finisce per indebolire l’autentica
capacità imprenditoriale e di conseguenza mina le fondamenta stesse dello
sviluppo economico. Può esistere ed esiste un profitto di pura facciata che
scarica parte dei costi di produzione in bilanci diversi da quelli dell’impresa.
Queste forme di profitto non solo evidenziano problemi di rilevanza sociale, ma
anche e soprattutto di rilevanza etica e non si può voltare lo sguardo altrove.
Perché: ”non è pensabile che si pretenda di
raccogliere là dove non si è seminato”. Moralmente è molto pericoloso se
si sterilizza l’impegno personale di ognuno. L’etica come si nota non può
essere estranea alla moderna concezione di economia d’impresa, di legalità,
perché qui, in definitiva, si toccano direttamente le istanze che sono connesse
con la realizzazione della persona. Ecco perché è importante da parte delle
diverse istituzioni seguire un imperativo etico oltre che morale che è quello:
che ognuno di noi nel ruolo che possiede debba impegnarsi a favore di uno
sviluppo reale, di un progresso vero, di una legalità che diventi una forma di
pensiero e di azione. Pertanto siamo tutti quanti riportati a questa urgenza
formativa indispensabile a cui dobbiamo dedicare il tempo e la passione
soprattutto con l’esempio, per salvare ora il salvabile e per ben educare
le future generazioni.”
Vito Piepoli
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