RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
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5O ANNI D'EUROPA

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Palazzi Berlaymont e Charlemagne, sedi delle Istituzioni europee


IL 50° ANNIVERSARIO DEI TRATTATI DI ROMA

    Si ricordano oggi i 50 anni dalla stipulazione dei Trattati di Roma, istitutivi della Comunità Economica Europea e dell'EURATOM, firmati da Francia, Italia, Germania, Olanda, Belgio e Lussemburgo. La ricorrenza di quell'evento è rilevante per i cittadini europei e riveste un significato speciale e non solo simbolico anche per la città di Parma che, negli ultimi anni, è divenuta sede di prestigiose istituzioni comunitarie, quali l'Authority alimentare ed il Collegio Europeo.
Il percorso che portò alla nascita della Comunità Europea e che è proseguito fino ai giorni nostri nell'ampliamento e nel rafforzamento del concetto di Europa Unita, è stato assai lungo e complesso. Volendo riprendere le parole di un grande studioso dei nostri giorni Zygmunt Bauman, si può affermare che "l'Europa non è qualcosa che si scopre, bensì una missione, qualcosa da fare, creare. E occorre tanta inventiva e lavoro sodo per compiere questa missione. Forse un lavoro che non finisce mai, una sfida a cui rispondere in toto, una prospettiva per sempre straordinaria".
E' bello ricordare che l'idea di Europa affondi le proprie radici, per noi italiani, in un passato lontano, ancor più remoto se si riflette sul fatto che, ancora 140 anni fa, per transitare da una città all'altra d'Italia spesso occorreva il passaporto. La mente corre in particolare a Giuseppe Mazzini che, nel momento stesso in cui concepiva, primo fra tutti, una Italia Unita, Libera, Indipendente e repubblicana, inseriva questo disegno in un quadro più vasto, nel quale ogni popolo d'Europa potesse decidere, nella libertà, del proprio destino. La Giovine Italia e la Giovine Europa sorsero insieme, nella mente e nell'azione politica del grande genovese a significare quanto il destino di una Nazione libera dovesse essere legato a quello di altre Nazioni libere, fino a concepire, già nella prima metà dell’ottocento, la possibilità di una qualche associazione politica fra i popoli d'Europa. La sua idea di Nazione quindi trovò forza e completamento nella solidarietà e nella collaborazione, auspicata tra popoli tutti diversi e tutti allo stesso tempo uguali; un'idea a cui è quindi estranea ogni volontà di chiusura o di prevaricazione. Atteggiamenti che si affermarono successivamente in altri contesti e in altri tempi che furono i più tragici per l’Europa e per il Mondo.Quando Infatti quell'idea di Europa si presentò, alla fine della 2° guerra mondiale ciò avvenne anche perché essa sembrava da sola che potesse scongiurare, nel futuro, così immani catastrofi.
Nel bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, che ricorre proprio quest'anno, è bello rievocare anche la sua idea di Europa Unita, prefigurata già nel Congresso Internazionale per la Pace e la Libertà di Ginevra del 1867, allorquando l'Eroe dei due mondi propose un'idea di Stati Uniti d'Europa nei quali tutte le contese tra le Nazioni avrebbero dovuto essere giudicate da un Congresso, i cui membri sarebbero stati nominati dalle società democratiche dei popoli.
Il pensiero corre poi ad un altro grande italiano, Altiero Spinelli, deciso fautore, nel corso del XX° secolo dell'Unione Europea. Con il suo manifesto per un'Europa Libera e Unita del 1941, meglio conosciuto come il "Manifesto di Ventotene", egli gettò le basi del Movimento Federalista Europeo. Le sue riflessioni portarono a considerare che, per contrastare le tendenze dittatoriali ed espansionistiche dei singoli Stati nazionali, fosse urgente creare un solido stato sovranazionale che si sostituisse ad essi in materie quali la moneta, la politica estera ed economica e la difesa. Le idee premonitrici di Spinelli, ancor più rivoluzionarie se si riflette sul fatto che esse vennero enunciate durante il più grave conflitto tra Nazioni della Storia dell'Umanità, trovarono fertile terreno di applicazione dopo pochi anni, grazie anche all'azione di grandi statisti, convinti assertori del processo di integrazione europea, quali furono De Gasperi, Schumann e Adenauer.
Si è detto che il cammino verso un'autentica Unione Europea è stato ed è ancora irto di ostacoli e che la sua direzione non è sempre stata univoca. Ma quanti passi in avanti sono stati fatti da quel lontano 25 marzo 1957. Pensiamo ad esempio all'allargamento della Comunità Europea dai sei stati di allora ai ventisette di oggi, all'estensione dei numerosi accordi per la libera circolazione delle persone e delle merci, al trattato di Maastricht del 1992 che ha istituito l'Unione Europea, prevedendo altresì l'introduzione della moneta unica, entrata in vigore dal 2002. Certamente i problemi del vivere comune europeo sono complessi, sono carichi spesso di accese discussioni e di incomprensioni sia in campo economico che sociale, dando luogo a rischi di rigurgiti verso tendenze isolazioniste ed antieuropeiste. Si può però affermare chiaramente che la più forte molla dell'integrazione europea è stato il desiderio, così ben espresso 140 anni fa da Giuseppe Garibaldi, di porre fine alla storia delle guerre che avevano insanguinato l'Europa, in un contesto di autentica democrazia. Un dato esprime per tutti in modo eloquente, il successo di questa idea. Durante il 2° conflitto mondiale, in Europa esistevano solo 4 Paesi, per così dire, liberi: la Gran Bretagna, la Svizzera, la Svezia e l’Irlanda. Oggi, salvo forse qualche eccezione, tutti i Paesi Europei, non solo quelli dell'Unione, dall'Atlantico agli Urali, vivono in sistemi politici improntati sostanzialmente su forme, pur se non sempre chiare, di democrazia. E’ bello riflettere sul fatto che 11 dei 27 Capi di Governo facenti parte del Consiglio d'Europa, inclusa significativamente il Cancelliere tedesco Angela Merkel, meno di venti anni fa erano sudditi di regimi totalitari.
Oggi le controversie in campo politico economico e sociale tra le Nazioni Europee si risolvono tramite negoziati che, talvolta, appaiono estenuanti, interminabili, farraginosi se non addirittura iniqui e contradditori. In effetti l'Unione Europea è divenuta un sistema di soluzione dei conflitti istituzionalizzato e permanente che amplia le prospettive di intervento oltre i propri confini. I cosiddetti euroscettici dovrebbero però meditare sulle possibili alternative. Oggi pare improponibile che Paesi come la Francia e la Germania tornino a combattersi, ma non più tardi di pochi anni fa Serbi ed Albanesi si uccidevano a vicenda. Si è detto giustamente che il processo di costruzione europea è un lavoro che non finisce mai, lungo un percorso spesso accidentato, talvolta non privo di battute d’arresto. Si pensi ad esempio all'esito negativo delle consultazioni referendarie sia in Francia che in Olanda, due anni or sono, per la ratifica del trattato costituzionale europeo. Questo processo che nel corso degli anni si è però via via rafforzato, deve mantenere fermo il valore supremo della solidarietà. La crescita economica dei Paesi Europei deve cioè essere sempre accompagnata dalla giustizia sociale, la libera impresa deve essere sempre equilibrata da sistemi di sicurezza sociale.
Come è riportato nella solenne Dichiarazione di Berlino che oggi i 27 leader europei andranno a sottoscrivere, nel 50° anniversario dei trattati di Roma, occorre "proseguire, per una crescita economica, in un clima di forte coesione sociale, nell'obiettivo di rinnovare, in tempo per le elezioni del Parlamento Europeo del 2009, le fondamenta comuni sulle quali l'Europa è costruita". Non è il caso di nascondere le difficoltà dell'attuale fase dello sviluppo del processo di Unità europea. Nell'immediato futuro c’è una scadenza importante, quella appunto della ratifica della Costituzione europea. Su questa strada pesano le bocciature dei due referendum, francese ed olandese, tanto più importanti in quanto venute da due dei paesi fondatori, firmatari dei Trattati di Roma. C'è chi, in quelle bocciature, ha visto una reazione ai recenti allargamenti dell'UE ad Est, e al diffondersi di paure circa i loro effetti, soprattutto sul piano occupazionale.
Ma c'è anche chi al di là della contingenza storica, afferma l'impossibilità, sul piano giuridico-costituzionale, di procedere verso una vera Costituzione democratica europea. Ricordiamo al riguardo la posizione del giurista tedesco Dieter Grimm, che, in uno scritto del 1995, dal titolo Una Costituzione per l’Europa?, ritiene che essa, sul piano del diritto, non possa essere proponibile, per la mancanza di alcuni suoi presupposti fondamentali, quali l'esistenza di un popolo europeo, la presenza di un’opinione pubblica e di mezzi di informazione a dimensione continentale e non soltanto a scala nazionale, l'esistenza di una lingua comune alle varie nazioni che faciliti la comunicazione ed il confronto politico e così via. Grimm, e con lui altri giuristi, sostengono infatti che una costituzione debba necessariamente presupporre un atto costituente esercitato, direttamente o meno, dal popolo. "Appartiene al concetto di costituzione – dice Grimm – nel senso pieno del termine il rifarsi ad un atto che il popolo dello stato (Staatsvolk) pone in essere…., e nel quale il popolo attesti la propria capacità di azione politica. Una tale fonte manca al diritto primario comunitario. Esso non si rifà ad un popolo europeo, bensì ai singoli stati membri".
Invero sia la "Carta di Nizza", sia il "trattato costituzionale", sia "il documento di Berlino" predisposto dalla Merkel, col quale, proprio nella ricorrenza del cinquantenario della firma dei Trattati di Roma, si riprende e si rinnova, da parte degli stati membri dell'UE, quella sfida ad andare avanti verso una sempre più compiuta integrazione politica, declinano la nozione di popolo al plurale. "Noi, popoli d’Europa" è la formula più volte ripetuta in questi testi. Ma questa formula, certo innovativa sotto il profilo costituzionale, si spiega con la diversità e la ricchezza della storia europea. Una diversità che fino ad ieri era fonte di guerre e di conflitti, e che oggi può essere piegata e finalizzata alla realizzazione di una sempre più compiuta integrazione politica ed economica, nel segno della pace.
L'Europa, dice Habermas, uno dei più convinti e appassionati difensori dell'integrazione e dell'unità politica europea, ha imparato la lezione che viene dalle grandi catastrofi del secolo scorso, il nazismo e la seconda guerra mondiale. Inoltre le crisi e le sfide del nostro tempo, che è quello della globalizzazione, sono al di fuori delle possibilità e della portata dei singoli Stati, in materia di giustizia, di economia, di sicurezza, e anche di politiche per l'istruzione.
Ma il cammino verso un'Europa unita e democratica non può essere un percorso imposto da elité politiche, tra la diffidenza e l’indifferenza delle popolazioni. Per il raggiungimento di questo obiettivo, che è quello dell'affermazione e dello sviluppo di un'opinione pubblica europea, è molto importante il contributo che possono dare i mezzi di informazione. Compito della politica, delle istituzioni e degli intellettuali è quello di favorire, anche nella diversità delle posizioni, il dibattito sui grandi temi europei fra i popoli e fra le genti d'Europa. Come, nonostante le divisioni ed in contrasti, i nostri padri costituenti compresero che la fondazione del nuovo Stato doveva poggiare su una base ideale nella quale tutti, senza più distinzione alcuna, avrebbero dovuto credere e riconoscersi, così i valori ispiratori dell'Europa Unita rappresentano ancora oggi il patrimonio ideale comune di riferimento per un continente prospero ed in pace, assertore della libertà e della democrazia, della solidarietà tra i popoli e dei diritti dell’uomo. Il consolidamento dell’Unione Europea è un obiettivo che non può più essere tralasciato, in quanto il suo raggiungimento significa sicurezza di un futuro di pacifica convivenza fra popoli che condividono la stessa storia e la stessa civiltà e perseguono i medesimi interessi.
A tale obiettivo è legata la capacità dell'Europa di stare da protagonista in una realtà mondiale in evoluzione che si modifica rapidamente e che pone sempre nuove sfide all'ordine planetario politico ed economico. Per poter affrontare questa realtà con autorevolezza e senza timore è pertanto necessario dare vita ad istituzioni comuni forti e sorrette da una volontà politica unitaria; solo così infatti l'Europa potrà operare come fattore di pace e di stabilità ed essere fonte di prosperità e benessere per il mondo intero. Una delle sfide della nostra epoca è coniugare globale e locale. A Parma e in provincia questo percorso è forse più agevole che altrove, sia per la storia di questa città, allo stesso tempo italiana ed europea, che per la presenza, sul territorio, di importanti istituzioni europee.(*)
    Angelo Tranfaglia (Prefetto di Parma)

(*)  ARTICOLO PUBBLICATO SULLA GAZZETTA DI PARMA IL 25 MARZO 2007



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