RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
sen* = Novità

CURCIO & C. PAGANO

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Il Gazzettino del 5 settembre riporta con grande evidenza, unico giornale a livello nazionale, la condanna al risarcimento, dopo 34 anni, per il primo delitto delle Br avvenuto il 17 giugno 1974. Un commando brigatista formato da Martino Serafini, Francesco Pelli, Giorgio Semeria, Roberto Ognibene e Susanna Ronconi, entra all'interno della sede dell'Msi di Padova, in via Zabarella, nel cuore del centro storico. Secondo i terroristi il quartier generale dei missini dovrebbe essere vuoto. Ma non è così. Nell'appartamento si trovano due militanti: Giuseppe Mazzola, 60 anni, carabiniere in congedo, sposato e padre di quattro figli, e Graziano Giralucci, 29 anni, sposato e padre di una bimba. Nasce una colluttazione tra i brigatisti, armati, e i due militanti dell'Msi che vengono assassinati. Mazzola e Giralucci divengono così le prime vittime delle Brigate rosse, che poi, durante gli anni di piombo mieteranno decine di morti. Trentatré anni dopo, nel giugno del 2007, anche la città di Padova, attraverso una cerimonia pubblica ha voluto rendere omaggio alle figure di Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci. Lo scorso giugno infine è stata affissa una targa sulla facciata del palazzo allora sede dell'Msi.

Sul primo omicidio firmato dalle Brigate rosse, almeno dal punto di vista giudiziario, cala dunque un altro sipario. Dalla ferita aperta quel lunedì mattina di giugno sono trascorsi 34 anni; diciotto per avere la sentenza penale definitiva, dopo ricorsi, appelli e diversi gradi di giudizio, sino a giungere alla sentenza definitiva della Prima sezione penale della Corte di Cassazione presieduta dal giudice Carnevale. Altri otto anni per la causa civile, che ha visto quattro imputati contumaci Curcio, Franceschini, Moretti e Semeria - due (Ronconi e Ognibene) chiamati in causa dal loro compagno Martino Serafini, e uno nel frattempo morto a San Vittore, Francesco Pelli. Ben pochi i beni sui quali esercitare il diritto di rivalsa. Curcio, in libertà condizionata, scrive memorie e dintorni ed è socio-dipendente della cooperativa editrice "Sensibili alle foglie" di Roma. Roberto Ognibene, semilibero, è assunto come geometra al Comune di Bologna e al massimo può essergli pignorato il quinto dello stipendio. Susanna Ronconi, libera da tempo, opera nel Gruppo Abele. Martino Serafini è l'unico che si è visto pignorare i mobili. Dopo una trafila processuale iniziata il 16 maggio del 2000, gli assassini dovranno anche risarcire finanziariamente i danni morali ed esistenziali ai figli e alle vedove: "350 mila euro per ciascuno degli attori, a valore attuale, oltre agli interessi al tasso legale sulla somma devalutata al 17/6/1974 e rivalutata di anno in anno secondo gli indici Istat dalla medesima data al saldo. «Era un atto dovuto: farò di tutto per recuperare la somma che ci spetta. Ma nessun centesimo verrà trattenuto dalla mia famiglia, ma sarà devoluto in beneficenza. All'Arma dei carabinieri». E' il commento dell'avvocato Piero Mazzola, docente universitario all'ateneo di Padova.

Il giorno dopo, 6 settembre, anche il Corriere della sera si accorge della condanna, con un articolo a firma di Antonio Castaldo informa che a 34 anni dal primo delitto delle Br arriva la condanna in sede civile. E per la prima volta anche i leader storici dovranno risarcire i parenti delle vittime. Martino Serafini, l'unico brigatista inizialmente citato in giudizio, ha chiamato in causa la direzione strategica delle Brigate rosse, chiedendo di «condividere il debito» con gli altri già condannati in sede penale. In questo modo il tribunale di Padova ha coinvolto nel procedimento gli altri autori materiali e i capi dell'organizzazione terroristica. Che ora, alla fine del processo di primo grado, dovranno versare 350 mila euro per ognuno dei sette familiari delle vittime, oltre agli interessi ultratrentennali. (...) Come in ogni processo, gli imputati hanno fatto di tutto per rinviare il giorno della sentenza. «In questi otto anni si sono appigliati ad ogni cavillo procedurale - spiega Mazzola, che è anche avvocato - utilizzando ogni mezzo messo a loro disposizione dallo stesso ordinamento che volevano rovesciare». C'è stato anche chi ha chiesto di commisurare la porzione di risarcimento da versare al ruolo ricoperto nella gerarchia brigatista. Ma il giudice ha risposto picche. Qualche altro, come Serafini, ha fatto di tutto per sfuggire all'ufficiale giudiziario che reclamava il pagamento delle spese legali: «Non apriva la porta, non si faceva mai trovare - ricorda Mazzola -. Quando finalmente è stato beccato a casa, gli hanno pignorato il televisore e pezzi di mobilio». Ma al di là delle schermaglie processuali, ciò che più addolora la figlia dell'altra vittima, Silvia Giralucci, «è che costoro non portino il peso della responsabilità per quello che hanno fatto». Suo padre è stato ucciso quando lei aveva appena tre anni: «Ora vanno in televisione, parlano degli anni 70, mi chiedo se ne abbiano il diritto». Una dei condannati, Susanna Ronconi, l'anno scorso finì al centro di una polemica per un incarico di consulente ricevuto (e poi annullato) dall'allora ministro Ferrero: «Penso di aver risarcito, per come ho potuto, i familiari delle vittime». L' ex brigatista giura di aver già chiesto perdono, e di essere pronta a rifarlo. Ma per Silvia Giralucci è troppo tardi: «L'unica persona a cui dovrebbero chiedere perdono purtroppo non c'è più».

    Infine si è aggiunto, l'8 settembre, anche Il Giornale, con l'Editoriale di Paolo Granzotto: Terroristi: è ora di pagare http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=288817 e un articolo dal titolo significativo: "Terroristi ieri, scrittori e moralisti oggi", http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=288848

Tutti gli altri quotidiani e naturalmente le televisioni nazionali hanno ignorato questo evento: è un ennesimo pessimo segnale d'indifferenza nei confronti delle vittime del terrorismo.

Paolo Padoin

 

 


                          




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