TERRORISTI E VITTIME DEL TERRORISMO

Il Corriere della Sera del 17 settembre, in un articolo a
firma di Roberto Rizzo, riporta le dichiarazioni del Presidente
della Camera, in visita Oltralpe. I familiari delle vittime
delle Br e affini, in particolare Gianni Berardi e Lorenzo Conti, hanno contestato duramente la parziale apertura di Bertinotti verso gli ex-terroristi.
La domanda è sulla sorte dei
rifugiati italiani in Francia dopo i casi Petrella, Persichetti e Battisti: «In
Italia i tempi sono maturi per chiudere la vicenda degli "anni di
piombo", ma serve una soluzione che sia consensuale nel rispetto di
tutti», risponde il presidente della Camera Fausto Bertinotti, intervenuto a
Parigi per la festa de l'Humanitè, il quotidiano del Partito comunista francese.
Proposta che coglie di sorpresa chi del terrorismo
è stato vittima, ma che al tempo stesso rilancia il dibattito, tra completo
rifiuto e qualche timida apertura. «Mi pare che il presidente della Camera
abbia fatto affermazioni frettolose, inopportune e lontane dagli interessi del
Paese», è la reazione di Gianni Berardi, segretario dell'Associazione italiana
vittime del terrorismo e figlio di Rosario Berardi, maresciallo ucciso dalle
Brigate Rosse nel 1978. «Sono più di vent'anni che qualcuno cerca di chiudere
la vicenda, eppure resistono molti lati oscuri nei cosiddetti "anni di
piombo"», prosegue Berardi. «Ci sono schiere di compagni di merende che si
sentono in debito con altri ex compagni e periodicamente pretendono di calare
il sipario su questo pezzo di storia italiana».
Lorenzo Conti, figlio dell'ex sindaco di Firenze
Lando Conti, anch'egli ucciso dalle Br nel 1986, che in giugno ha ricevuto
lettere con minacce di morte firmate da Brigate Rosse - Partito comunista
combattente, dice: «Ben venga mettersi a un tavolo a discutere ma, prima di farlo, è necessario far
emergere la verità su quegli anni. Dato che Bertinotti ha parlato da Parigi,
voglio sapere i nomi di
chi, in questi anni, ha coperto e aiutato gente come Persichetti, Battisti e
Petrella. Sono il primo a desiderare la pacificazione che però deve essere
preceduta da un atto di verità che, a sinistra, darebbe molto fastidio. È
necessario avere più rispetto per chi ha perso la vita per lo Stato, dal quale
io non mi sento rappresentato...
Apre
invece al dialogo Sabina Rossa, figlia del sindacalista Guido Rossa ammazzato
nel 1979: «Chiudere con quegli anni? Lo auspico, ma come? Ho dei dubbi che ci
siano già le condizioni per farlo. Se significa semplicemente voltare pagina e
decidere che il capitolo è chiuso, non è credibile. In questi anni è mancato il
dibattito, gli ex terroristi sono stati gli unici depositari della verità, ma
la verità è ancora lontana, ci sono stragi rimaste impunite su cui il buio è
completo».
«Chiudere
significa che tutti i conti sono stati saldati, ma stiamo parlando di reati che
per il nostro codice sono imprescrivibili», dice il senatore di An Alfredo
Mantovano e membro del
Comitato parlamentare di controllo sui Servizi di informazione e di sicurezza.
«Non si possono chiudere i conti solo perché sono passati tanti anni».
Ben venga una discussione
su questo tema, ma si eviti di propendere sempre e soltanto verso gli
ex-terroristi, che in questi lunghi anni, insieme ai loro estimatori, hanno
parlato e discettato esponendo solo il loro punto di vista su quegli anni.
Rivolgiamo finalmente la massima attenzione soprattutto ai parenti delle
vittime e non a chi, animato da furia ideologica, ha spezzato l’esistenza di
servitori dello Stato e, dopo aver scontato solo in parte la condanna grazie
alla nostra disinvolta legislazione premiale, è addirittura approdato in
Parlamento con incarichi di responsabilità.
Paolo Padoin
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