ATENEOFIORENTINO

Un’intervista pubblicata su Repubblica, cronaca di Firenze, del 6 APRILE 2008 di LAURA MONTANARI al Prof. Paolo Grossi, uno dei più eminenti studiosi del diritto, con il quale mi sono laureato discutendo una tesi di diritto canonico nel lontano 1969, la dice lunga sui guai dell’Ateneo fiorentino e del sistema universitario in generale. (Paolo Padoin)
«Ho 75 anni, dal primo novembre andrò in
pensione, divento un ex professore». Villa Ruspoli, in piazza Indipendenza è l’unico
pezzo della facoltà di Giurisprudenza che non ha traslocato a Novoli. Di sabato
è chiusa, ma il professor Paolo Grossi ha le chiavi: «L’ho fatta comprare io
all’ateneo, allora avevamo un credito edilizio di 400 milioni di lire…». Altri
tempi, anni Settanta. Paolo Grossi è uno dei più noti studiosi di Diritto,
accademico dei Lincei, fondatore dei Quaderni fiorentini per la storia del
pensiero giuridico moderno, è il professore come te lo immagini. Fuori dalle
corsie della moda, uno senza telefonino, riservato, che si muove a piedi se non
è proprio costretto a prendere la macchina (una Punto, non un Suv), uno che ha
ancora un passo elegante con le parole, che guarda i libri del centro studi e
dice: «Legga la targhetta» e sulla targhetta adesiva c´è scritto Fondo Grossi.
Sono suoi, professore? «Li ho donati all’università perché dopo il
trasferimento a Novoli qui non c´erano più libri e allora ho portato i miei,
sono diecimila volumi». Lo dice e più che un regalo senti che è stata una
privazione, necessaria per uno come lui che ha dedicato tutta la vita all’università.
Professore, più di quarant’anni in cattedra a
Firenze.
«Ho smesso di tenere i corsi con gli studenti lo
scorso anno».
Era arrivato nel 1966.
«Sì, con l’alluvione… i primi mesi li passai in
via Laura a interfogliare i libri antichi per salvarli dal fango, trascorsi
diverse notti al lume di candela a sorvegliare in biblioteca i testi antichi».
Subito dopo è arrivato il 1968.
«Anni difficili che hanno avuto per me una
grossa fertilità. Non sono disposto a demonizzare il ‘68, forse la rivolta
studentesca si è ridotta a una fiammata di carta, ma ci ha fatto vedere in
controluce luoghi comuni e pseudo verità».
A cosa si riferisce?
«Certo ci furono intemperanze, villanie,
ingenerosità verso i vecchi professori che non capivano quella rivolta, certo
ci fu violenza fisica e questa va assolutamente respinta. Ma allora circolava
un libro di Marcuse "L’uomo a una dimensione". Ecco, il ‘68 è stato
considerare l’individuo a più dimensioni, gli studenti volevano il recupero
della personalità anche intellettuale e morale e questa credo sia stata l’eredità
raccolta».
Ha detto: «Anni difficili», come li ha vissuti nelle aule?
«L’università andava riformata, era ancora
quella degli Anni Venti di Gentile, fallì il progetto del ministro Gui,
affossato dai politici perché prevedeva il congedo per i parlamentari che erano
docenti. E come rispose il potere politico alla contestazione? Liberalizzando
l’accesso agli atenei e i piani di studio, predicando quell´aberrazione che è l’università
di massa. Fu come dire davanti alle facoltà in fiamme: arrangiatevi. Sulla
trincea restammo soli, noi e i contestatori. Tuttavia a Firenze, a
Giurisprudenza, certi estremismi come il voto politico non sono mai passati».
Perché dice che l’università di massa è un’aberrazione?
«Il declino comincia da lì. In un paese civile
si deve propugnare la scolarizzazione di massa (scolarizzazione, non solo
alfabetizzazione) l’università però deve essere qualcosa di elitario, in senso
meritocratico: solo chi ha le qualità va avanti, prescindendo dal censo».
Invece?
«Abbiamo avuto un esercito di studenti spesso poco motivati o che non avevano
qualità per studiare all’università che poi sono diventati un esercito di
laureati frustrati perché il nostro mercato del lavoro non può assorbire certi
numeri. La laurea in Giurisprudenza, parlo di quella perché la conosco bene, è
diventata talora poco più che un pezzo di carta, non a Firenze dove si è
mantenuto un notevole rigore e una serietà che qualifica».
Al Sud?
(ride) «... Non mi faccia dire cose che non
voglio. Piuttosto vorrei continuare il discorso. Se c´è una massa di studenti
c´è anche una massa di professori e la gigantizzazione del sistema è andata a
scapito della qualità. Quando studiavo io, Giurisprudenza aveva 100 matricole,
negli anni del boom siamo arrivati a duemila. Un errore. Se ne sono resi conto
gli stessi studenti: infatti è cominciata la decrescita, oggi siamo a 8-900
matricole».
Quale è la genesi della crisi dell’università?
«Sta nel potere politico che lungi dal redigere
un progetto organico per gli atenei ritenne di lavarsene le mani con la celebre
legge Codignola sulla liberalizzazione degli accessi e dei piani di studio. Il
peggio sarebbe poi venuto con le riforme successive fino al 3+2».
La riforma Berlinguer a lei non è piaciuta.
«Con Luigi Berlinguer siamo amici. Ma come politico
è stato negativo per l’università, lo scrissi in un articolo sui Quaderni
fiorentini e non gradì. In soli tre anni di studio non si forma un giurista,
per fortuna se ne sono accorti. In più ci fu tutta la vicenda del reclutamento
dei docenti ordinari con concorsi che da nazionali sono diventati locali: altra
scelta con effetti negativi sulla qualità».
Parliamo dell’oggi, di quello che lascia.
«Il sistema è in crisi. Non solo da un punto di
vista finanziario, ma di qualità che si è rarefatta davanti ai numeri, si sono
moltiplicate le sedi, abbiamo avuto università in centri senza strutture, in
cui non c’era altro che una biblioteca comunale».
Questo discorso vale per la Toscana?
«No, da noi questo fenomeno non c´è stato.
Malgrado Firenze, rispetto a Pisa e Siena, sia una facoltà giovane (anche se
gli studi giuridici risalgono al 1321), da qui sono passati studiosi come
Giorgio La Pira, Enrico Finzi, Giovanni Miele, Federico Cammeo, Piero
Calamandrei».
Nomi del passato. E il presente? Lei a chi passa
il testimone in cattedra visto che non ci sono soldi per i reclutamenti degli
ordinari?
«La mia materia, Storia del Diritto medievale e
moderno, è ben insegnata, mi sono circondato di allievi bravissimi, lo dico non
come il padre che guarda i suoi figli, ma da studioso, sono anche più colti di
me. Penso a Fioravanti per Storia del Diritto Costituzionale, Sordi per Storia
del diritto amministrativo, Costa per Storia della filosofia del diritto,
Cappellini per Storia del diritto civile, tutti docenti di livello
internazionale».
Sì ma le casse sono a secco e le assunzioni
saranno col contagocce.
«Non conosco bene i numeri e comunque la
responsabilità non è del rettore Marinelli visto che sostanzialmente l’ha
ereditata, questa situazione».
Pensa alle spese per l’edilizia, al polo di Novoli...
«Quel trasferimento io l’ho ostacolato con tutte
le mie forze. Penso sia giusto portare fuori dal centro le facoltà scientifiche
che hanno bisogno di spazi, laboratori, macchinari... ma a noi serve soltanto
una biblioteca e la scelta di Novoli ha depauperato il centro storico, in
nessun’altra città questi studi così come quelli umanistici si trovano fuori
dal centro. E poi vada al polo delle Scienze sociali, non c´è nemmeno un
albero, ma asfalto e strade e i poveri studenti sotto quegli orribili portici a
fumarsi una sigaretta davanti alla mensa che sembra Alcatraz. L’università,
della grande area Fiat non occupa che un fazzoletto, il resto sono fabbricati
privati, le tre facoltà sono imbottigliate senza possibilità di espansione. E
poi quegli edifici sono brutti e inadeguati: i professori non hanno studi,
hanno delle celle dove non riescono a tenere due studenti insieme o i libri che
servono. La sola cosa davvero apprezzabile e avanzata è la biblioteca».
Parliamo di ricerca, l’Italia investe poco.
«Pochissimo. Il potere politico ha sempre
diffidato della cultura perché gli uomini di cultura sono molesti, non passivi.
Si investe poco e il risultato è drammatico. Firenze poi paga anche il fatto di
essere una città meravigliosa ma povera, priva di grossi motori industriali».
Chi può aiutare l’università? I privati, le
banche?
«L´Ente Cassa di Risparmio di Firenze fa molto,
ma è poco rispetto alle esigenze e non penso a Giurisprudenza, ma a Scienze,
Ingegneria, alle facoltà che oltre alle persone hanno bisogno di macchinari per
la ricerca e devono andare a provare all’estero».
Professore, mi pare che dei politici lei non
abbia una grande opinione, fra poco però si vota: lei cosa farà?
«A votare ci andrò, ma chiederò ispirazione
dall’alto... Ho tante perplessità sulla classe politica, mi ha deluso e dire
che avevamo cominciato bene con la Costituzione del’ 48. Io sono un ammiratore
dei principi fondamentali e della parte generale che ha diagnosticato bene i
valori del popolo italiano».
Giurisprudenza non ha fatto uso di professori a
contratto, ma in altre facoltà sì e alcuni vengono pagati tre euro l’ora. Che
considerazioni fa?
«Io penso anche ai ricercatori che guadagnano meno di 1.500 euro al mese e che se mettono su famiglia hanno bisogno di un altro stipendio e capisco perché alcuni scelgono poi di andare a fare la libera professione. Serve una conversione nel paese, servono finanziamenti adeguati all´università altrimenti si resta nella palude e ne va del futuro di tutti, non solo dell´università ma di tutti».
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