RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
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L'ECLISSI DELLA LEGALITA' 

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GIUSTIZIA, LE TOGHE ABBANDONATE


Ho letto con sincera partecipazione le dichiarazioni con le quali Gherardo Colombo, uno dei pm di Mani Pulite e di tante altre inchieste di eccezionale rilievo, si è accomiatato con anni di anticipo dalla magistratura. Le motivazioni del collega Colombo sono le stesse per le quali anch’io due anni fa ho lasciato la toga. Dimettendo le funzioni di presidente di una sezione penale del Tribunale di Venezia.
Una professione, quella del magistrato, abbracciata con tanta passione quaranta anni orsono e abbandonata da me pure in anticipo, sopraffatto da un senso di impotenza per averla esercitata, quella professione, in un contesto sociale nel quale si annida quel male diffusivo e distruttivo che è la cultura della illegalità, a fronte della quale anche una macchina giudiziaria efficiente - e non è il caso di quella italiana - ben poco potrebbe.
Nelle amare parole di Gherardo Colombo è tutta la disillusione per un’attività portata avanti per anni con sagacia, tenacia e caparbia determinazione, con costi enormi in termini economici per l’amministrazione e impegno professionale per la polizia giudiziaria, per il personale giudiziario e i magistrati, praticamente vanificata da prescrizioni, provvedimenti di clemenza, abrogazioni o mutamenti legislativi dettati da interessi sicuramente non pubblici ma solamente personali e di parte.
E quando anche - per portare il discorso su un piano più generale - al termine di estenuanti e lunghissime vicende processuali, si giunge all’erogazione di una pena detentiva (che può essere, fra l’altro, inappropriata solo per cadere in tempo assai lontano dai fatti), la sua effettiva espiazione è, comunque, nella stragrande maggioranza dei casi posta nel nulla da una legislazione (si allude, fra l’altro, alla cosiddetta legge Gozzini) ispirata a criteri di indulgente buonismo, incompatibili con il rigore di uno Stato serio e responsabile.
Con l’ulteriore assurdità che di regola l’unica carcerazione sofferta è quella cosiddetta cautelare, disposta nel corso delle indagini, quando quindi la responsabilità non è stata giudizialmente accertata (e potrebbe non esserlo mai per via di una sentenza definitiva di assoluzione), mentre non un solo giorno di carcere verrà espiato quando una sentenza irrevocabile avrà accertato la responsabilità dell’imputato.
Per tornare al più generale discorso di partenza, è da osservare che la cultura della legalità di cui parla Colombo per lamentarne la mancanza, cioè quel condiviso e diffuso sentimento vivo nella coscienza di ognuno della necessità del rispetto delle regole che la società si è data, poggia essenzialmente su due pilastri: l’esistenza di un forte senso civico, di una viva coscienza nazionale, che induce a sentire il rispetto della legge come necessario per il bene di tutti e di ciascuno, e il timore della sanzione. Presenti entrambi questi fattori in un corpo sociale, la devianza dalle regole sarà un fenomeno relativamente eccezionale e allora il funzionamento della giurisdizione servirà a porre in qualche modo rimedio (certo non completamente, ma sarebbe illusorio vagheggiare una società perfetta) a quella devianza. Per contro, in assenza di entrambi i fattori - senso civico e timore della sanzione - la illegalità sarà la regola, sarà il trionfo della forza dei singoli e delle corporazioni, dei più furbi e dei più scaltri e la giurisdizione penale, cioè l’attività processuale volta a reprimere il crimine, ancorché efficiente e funzionante, sarà totalmente impotente di fronte al dilagare dell’illegalità.
E tale è la situazione del nostro bel Paese.
Se la mancanza del timore della sanzione e cioè il diffuso senso di impunità che induce a ritenere come accettabile - a fronte del crimine - il remoto rischio di incorrere nella sanzione penale, trova origine nel mancato funzionamento del processo penale, quindi nella crisi del potere punitivo dello Stato, la mancanza di senso civico, cioè di quella sorta di senso dell’appartenenza a un corpo sociale sentito come proprio e le cui regole debbono essere - nell’interesse di tutti e di ciascuno - rispettate, ha origini ben più profonde e complesse.
Per fare i raffronti più interessanti, per limitare cioè l’analisi agli Stati dell’Europa occidentale, gli storici più attenti e accorti fanno risalire la nascita del primo nucleo della nazione francese e di quella tedesca addirittura all’epilogo delle lotte fra i successori di Carlo Magno (cioè ben più di mille anni fa), mentre un sentimento nazionale italiano ha cominciato a prendere corpo (e solo nell’ambito di élites illuminate) nemmeno duecento anni orsono, dando l’avvio a quella faticosa, progressiva demolizione di quegli stati e staterelli che avevano fino ad allora polverizzato la penisola, impedendo il sorgere di una coscienza nazionale, che quindi ha preso corpo solo di recente e che avrà necessità - inevitabilmente - di tempi lunghi e di incisive spinte culturali per affermarsi pienamente e diffusamente. Nel frattempo è l’impero dell’individualismo, del particolarismo, del corporativismo, dell’egoistico interesse di ciascuno e del mancato rispetto di quelli dell’altro, è il sopravvento di quei moltissimi soggetti per i quali (per dirla con uno storico latino) avendo ognuno un proprio concetto del lecito, tutto è possibile: fenomeni, singolarmente e nel loro complesso che sono la loro esatta espressione della diffusa cultura della illegalità.
E la crisi del concetto di legalità tanto è più grave e distruttiva per il corpo sociale quanto più è complessa la struttura della società. Non solo le tradizionali espressioni della criminalità, quella indicata come comune e quella organizzata, hanno modo e agio di operare e agire, ma la complessità sempre più impotente dei rapporti economici e finanziari - nella totale assenza della coscienza del rispetto delle regole - ha creato un altro settore nel quale avventurieri senza scrupoli architettano funamboliche operazioni criminali fonti di profitti tanto facili quanto scandalosi, così sicuri dell’impunità che basta poi qualche giorno di carcere - nel quale per disavventura incappino - per indurli a gesti sconsiderati: alludo, evidentemente, a tutto il settore della criminalità economico-finanziaria che si fa burla delle regole - per vero molto timide e incerte - che dovrebbero garantire la trasparenza e la correttezza del sistema e di quelle altre che - attraverso il meccanismo tributario - dovrebbero garantire una più equa redistribuzione dei proventi delle varie attività (le cosiddette «manette agli evasori» sono rimaste niente più che belle parole). E ciò per fare sommario cenno a temi e problemi di enorme complessità che meriterebbero ben più approfondite considerazioni.
Anche io sono convinto che questo poco edificante stato di cose cambierà solo con l’avvento di una condivisa, generale cultura delle regole e anch’io, come Gherardo Colombo, sono convinto che questo cambiamento non può venire, o non può solo venire, dall’interno dei palazzi di giustizia.
Deve venire dal profondo del corpo sociale, dal seno della coscienza collettiva, e il veicolo di trasmissione delle nuove idee e del nuovo modo di sentire, il collega Colombo lo individua nei giovani. Per il bene suo, a evitargli nuove delusioni, e per il bene di questo nostro, malgrado tutto, amato Paese, mi auguro che abbia intravisto la strada giusta.(*)

Paolo Izzo
già presidente di sezione del Tribunale di Venezia        

    
  (*) Dal Mattino di Padova del 4.5.2007.


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