MOLTIPLICAZIONE DI MASTER

Proseguono le inchieste sulla malauniversità realizzate da ANNA MARIA SERSALE sul Messaggero. Un articolo dal titolo”Master un boom che sa di bluff”, pubblicato l’8 novembre 2007, si riferisce alla moltiplicazione dei master, che sono “Troppi, privi di controllo e con prezzi alle stelle. I master - centuplicati nel giro di pochi anni - sono diventati il business dell’istruzione post laurea, con una vistosa eterogeneità di prezzi: dai 4 ai 6 mila euro in media, con punte fino a 16-18 mila euro. Solo il 27% prevede borse di studio. Finanziati per il 60% da fondi pubblici, i master sono diventati una torta da spartire. Non esiste, di contro, un censimento delle migliaia di sigle spuntate sul mercato, nè ci sono controlli di qualità su quello che viene insegnato. Ci si trova di fronte a realtà molto diverse, tra corsi di assoluta eccellenza e situazioni border line, che, nel settore privato, sconfinano talvolta nella truffa. «Ci sono in circolazione sedicenti formatori che “inventano” master mettendo insieme qualche docente di dubbio livello, strutture e pubblicità on-line», avverte Guido Fiegna, del Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario. «E ci sono corsi - sostiene Giovanni Grasso, ordinario all’università di Siena, attento studioso dei problemi universitari - che nascono in partenza con intenti speculativi. Promettono stages e rapporti privilegiati con aziende, lasciando intravedere sbocchi occupazionali che spesso si rivelano inesistenti. In altri casi, poi, il tirocinio si traduce in forme di lavoro nero, con un uso improprio degli stagisti, seguendo la logica dell’usa-e-getta».
L’offerta formativa è sia appannaggio delle università, che degli enti e strutture private. Esistono master di primo e secondo livello: dipende se organizzati per laureati triennali o per specialistici. Nelle università, che li considerano una fonte di finanziamento aggiuntivo, sono abbastanza garantiti, hanno docenti “veri”, ma non sempre le specializzazioni proposte rispondono a reali esigenze del mercato. Solo per i corsi rivolti ai manager ci sono delle certificazioni di garanzia. Per il resto ci si muove in una giungla piena di insidie, mentre cresce la domanda da parte degli studenti. Nello scorso quinquennio il numero degli iscritti è vorticosamente aumentato: da 5.693 nel 2001 a 37.261 nel 2006, tra primo e secondo livello, con un totale di partecipanti che ha toccato quota 108.513.
Certo, nessuno ha intenzione di sparare nel mucchio. Ci sono corsi validi. Ed esistono prove dell’efficacia dei master seri, canale per favorire l’incontro tra i giovani e le aziende. «Il guaio è che la corsa incontrollata ha generato paradossi, che i labili controlli ministeriali ben poco colgono», sottolinea ancora il professor Fiegna. Basta dare uno sguardo a certi temi bizzarri. Ci sono master in rugby, fitness, sommelier, tecnologia della luce, sport di squadra e cartoni animati. E c’è un’esplosione di sigle sull’innovazione, venduta in tutte le salse, management e marketing disseminati qua e là, ed è di gran moda anche lo human resource e le generiche gestioni che vanno dallo sviluppo alla sicurezza, alle strategie per gli eventi. Ammontano a più di tremila i titoli dei master universitari, cui se ne aggiungono altre migliaia del settore privato. Intanto, nell’esercito degli studenti “masterizzati” cresce il numero degli scontenti, al punto che c’è chi corre dall’avvocato per «chiedere risarcimenti» dopo che le promesse di stage sono svanite nel nulla.
E i prezzi esorbitanti? «Certe organizzazioni hanno capito che i laureati che non trovano lavoro - afferma Gaetano Domenici, ordinario di Roma Tre - finiscono per iscriversi ai corsi più costosi, convinti del fatto che più di altri quei corsi possano garantire occupazione. Invece, non è così. Solo per i master che utilizzano laboratori molto specialistici si giustifica il costo molto elevato». Ma i controlli, almeno per qualche ateneo, cominciano a diventare prassi. «Nel nostro ateneo abbiamo deciso di fare verifiche - sostiene ancora Domenici di Roma Tre - sull’efficacia, la pertinenza, e il livello di successo nel lavoro. Questo ci ha spinto a sfoltire i corsi, che ora sono numericamente diminuiti. Nati come alta formazione, i master, se fatti sul serio, dovrebbero sfornare dei superspecializzati e dovrebbero essere immediatamente spendibili sul mercato, visti gli stretti legami con il mondo produttivo».
Si è aperto così un nuovo capitolo d’indagine sulle “stranezze” del nostro sistema universitario, ma speriamo che auspicabili controlli ministeriali e autocontrollo delle Università più serie facciano sparire quei master che costituiscono solo uno specchietto per le allodole, un inganno nei confronti dei giovani che cercano di perfezionarsi per avere una migliore possibilità d’impiego.
Paolo Padoin
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