PREFETTI E POLITICA

Donato
D’Urso, Viceprefetto Vicario di Lodi, è un apprezzato studioso della storia dei
prefetti, e i suoi articoli spesso sono una miniera inesauribile
d’informazioni. Sul numero 17/2008 di “Nuova Rassegna di Legislazione, Dottrina
e Giurisprudenza”, una delle riviste amministrative più antiche e prestigiose
di cui mi onoro di essere condirettore, è stato pubblicato il suo più recente
saggio dal titolo “Tutela dell’ordine pubblico e ruolo del Prefetto”. Non
voglio riassumere l’interessantissimo excursus storico, che prende le mosse
dalla legge di unificazione amministrativa del regno d’Italia (20 marzo 1865,
n. 2248, all. B) la quale stabiliva (art.1) che “l’amministrazione della
pubblica sicurezza è diretta dal Ministro dell’interno e, per esso, dai
prefetti e sottoprefetti.” Mi soffermerò soltanto sul ricordo di un prefetto
particolare, Libero Mazza che, allora prefetto di Milano, redasse, il 22
dicembre 1970, un rapporto sulla situazione dell’ordine pubblico nella
metropoli lombarda. Mazza era Prefetto di Milano dall’agosto 1966 e, poco prima
della redazione del famoso rapporto, ebbe un incontro con l’allora Ministro
dell’Interno, Franco Restivo. Ecco come, nella ricostruzione di D’Urso, Libero
Mazza ricorda quell’incontro:
“Il Ministro, come al solito,
appariva infastidito dalle mie parole e ad un certo momento m’interruppe per
dirmi che lui non poteva farci nulla, ed aggiunse: «Cosa vuole che faccia con
un Parlamento come quello che abbiamo, con un Presidente del Consiglio incapace
di prendere una decisione (nel dicembre 1970 Premier era Emilio Colombo)…oggi
dice una cosa, l’indomani dice il contrario». Su questo tono continuò per un
po’, mentre io riflettevo sull’avverso destino di questo nostro Paese che in
tempi così calamitosi era guidato da uomini fiacchi e scettici, dominati dagli
eventi, privi di qualsiasi iniziativa di fronte all’incalzare del pericolo. Mi
resi conto che le mie parole cadevano nel vuoto e che a Milano eravamo
abbandonati a noi stessi. Mi congedai dicendo che avremmo visto localmente come
fronteggiare la situazione. Non solo non veniva data alcuna direttiva precisa e
responsabile a coloro che avevano l’arduo, quasi disperato, compito di
assicurare l’ordine pubblico, ma persino i loro resoconti infastidivano.
Durante il viaggio di ritorno ero oppresso dal pensiero di non riuscire a far
comprendere verso quale china rovinosa eravamo avviati. Tutto appariva inutile,
quasi che il corso degli eventi fosse segnato da un destino ineluttabile.
Riandavo col pensiero ai lunghi anni della mia vocazione, quasi missionaria “al
servizio pubblico”, ai sacrifici sopportati, alle rinunce compiute, ai rischi
affrontati nella completa dedizione all’interesse generale e al bene comune. Il
risultato non era davvero confortante: forse avevo inseguito vani miraggi ed
ero stato condizionato da un idealismo utopistico….La relazione venne inviata a
Roma cinque giorni dopo il colloquio con il Ministro, il 22 dicembre 1970, e
rimase lettera morta. Non me ne stupii e non ci pensai più."
Molti anni
dopo anch’io, a Pisa, ho avuto modo di
anticipare a un uomo politic la
mia preoccupazione per la situazione pisana nel 2001, quando, dopo il
G8, si
manifestavano, fra i gruppi dell’estrema sinistra, alcune
presenze e attività
che non mi convincevano molto. Seppi poi da un mio caro amico, Prefetto
della
città dove l’uomo politico abitava, che quest’ultimo
gli aveva espreso qualche perplessità al riguardo. Poi, convinto
da successivi eventi, mutò
parere. Per fortuna i vertici amministrativi del
Ministero dell’Interno e la Magistratura hanno tenuto un diverso
atteggiamento
e hanno perseguito i componenti del gruppo eversivo pisano, che sono
stati
processati e condannati quali fiancheggiatori di Nadia Desdemona Lioce
e di Mario
Galesi, gli assassini del prof. Marco Biagi e dell’eroico
sovrintendente di
Polizia Emanuele Petri.
Questi episodi fanno riflettere, perché molti colleghi si trovano talvolta a dover decidere su situazioni importanti, specialmente in tema di sicurezza, ordine pubblico, protezione civile, sostanzialmente da soli, potendo contare sull’ausilio di pochi fidati collaboratori e di qualche amico del Ministero. In tali occasioni, se si decide in modo corretto, di fronte a politici e opinione pubblica abbiamo fatto soltanto il nostro dovere, se sbagliamo ne paghiamo (fra i pochi in Italia) le conseguenze. E spesso la reazione psicologica nostra è la stessa descritta dal prefetto Mazza quasi quarant’anni or sono. Fin dall’inizio della carriera siamo abituati ad assumerci le nostre responsabilità, sapendo che potremo pagare immediatamente di persona, ed è questo che contraddistingue i prefetti da altri funzionari, magistrati o manager pubblici che, è storia recente, non rispondono quasi mai degli errori, anche gravi, compiuti.
Paolo Padoin
Si prega d'inviare contributi e osservazioni a questo indirizzo di posta elettronica: papaopad@yahoo.it.
* = Novità