RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
sen* = Novità

PREMIARE IL MERITO


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Il Messaggero continua la sua inchiesta sui dissesti finanziari di molte Università e, nell’edizione del 21 febbraio, Anna Maria Sersale ha diligentemente aggiornato la lista delle Università più dissestate, capitanate, come noto, da Siena e Firenze. Il puntuale riferimento lo traggo da ilsensodellamisura, con il link relativo all’articolo sopra ricordato.

http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/

2008/02/21SIA4114.PDF

 Nello stesso numero del Messaggero GIOVANNI SABBATUCCI ha scritto un articolo molto interessante che ritengo opportuno far conoscere a un pubblico più vasto, visto che sottolinea gli errori del passato e richiama alle loro responsabilità la classe politica e i docenti e dirigenti dei troppi Atenei sparsi in tutt'Italia .

“Se è vero, come ormai tutti riconoscono, che la qualità di un sistema universitario è uno degli indici più significativi per misurare le potenzialità di crescita economica e civile di una nazione, ne segue che un adeguato investimento nell’istruzione superiore e nella ricerca è esigenza prioritaria di qualsiasi Paese desideroso di progredire o semplicemente di mantenere la posizione acquisita nelle classifiche internazionali dello sviluppo. Quello appena enunciato non è un teorema, è una verità autoevidente, quasi un luogo comune. E non c’è programma di governo o dichiarazione di intenti dei politici di ogni schieramento che a quella verità non porga il suo omaggio formale. Ci si chiede allora come mai, dopo tanto parlare di priorità della ricerca, di promozione dei giovani e di investimento sul futuro del Paese, la situazione dell’Università italiana si configuri ogni giorno di più come un disastro finanziario e funzionale. I settantasette atenei presenti sul territorio nazionale troppi in assoluto, frammentati a loro volta e sparsi a pioggia in ogni angolo del Paese, nati spesso sulla base di spinte localistiche sono, salvo poche e lodevoli eccezioni, fortemente indebitati, come documenta l’inchiesta di Anna Maria Sersale. Spendono la quasi totalità delle loro risorse per gli stipendi del personale, non hanno soldi per le altre spese fisse, nemmeno per quelle indispensabili, non sono in grado con le loro forze di promuovere la ricerca né di rinnovare un corpo docente ormai drammaticamente invecchiato.

Le cause di questo disastro vanno in parte fatte risalire alla situazione della finanza pubblica, che ha costretto i governi a tagli o blocchi di spesa per loro natura ciechi e indiscriminati, con poco riguardo alle esigenze specifiche di singoli settori e di singole realtà operative. Ci sono poi le responsabilità dei politici, che hanno spesso misurato le loro scale di priorità con l’occhio fisso alle utilità di breve periodo (i pensionati sono più numerosi degli studenti, i camionisti fanno più paura dei professori, tanto per fare qualche esempio significativo). Gli stessi politici hanno spesso sbagliato gli interventi legislativi, regalando all’Università un’autonomia monca in quanto limitata alle materie ordinamentali (curricula, piani di studi, organizzazione dei corsi di laurea) e privata dei suoi naturali corollari, indispensabili per mettere in moto un vero regime concorrenziale e per fare emergere le isole di eccellenza: parlo della facoltà di alzare le tasse di iscrizione (e in parallelo di organizzare gli aiuti per bisognosi e meritevoli), della libertà di contendersi sul mercato i docenti più prestigiosi e soprattutto dell’abolizione del valore legale del titolo di studio (vecchia richiesta einaudiana), senza la quale ogni autonomia risulta punitiva per gli atenei più seri.

Ma l’analisi non sarebbe completa senza un cenno alle responsabilità della corporazione docente e degli organi di governo dell’università, che non sono poche né di piccolo rilievo. In una situazione di risorse scarse, questi organi hanno sfruttato i margini limitati di autonomia di cui disponevano per moltiplicare, da un lato, sedi periferiche e corsi di laurea (inventandone spesso di improbabili nel tentativo di acchiappare qualche iscritto in più), per realizzare dall’altro (grazie a un meccanismo concorsuale tutto centrato sulle esigenze locali) una gigantesca operazione di promozioni interne, a scapito degli spazi per i giovani di oggi e per quelli di domani. Più in generale, la corporazione universitaria, non diversa in questo da tutte le altre corporazioni italiane, si è preoccupata più di se stessa che dell’istituzione di cui è parte e del servizio a cui essa è chiamata.

Non è dunque un compito facile quello che si presenterà al prossimo governo, quale che sia il suo colore politico. Si tratta di invertire ordini di priorità consolidati, di capovolgere logiche di pura sopravvivenza, di affrontare senza reticenze un fitto intreccio di interessi locali e corporativi. Ricordo e il precedente non è incoraggiante che i governi della Destra storica, capaci nel 1864 di trasferire in poche settimane la capitale da Torino a Firenze e di prendere a fucilate i torinesi che protestavano, non riuscirono nell’impresa di chiudere qualche sede universitaria inutile. Ma nemmeno un’eventuale, e improbabile, determinazione giacobina, di un qualsiasi governo, o un’ancor meno probabile erogazione generosa di risorse, potranno mai bastare. Sono gli operatori e gli utenti dell’Università che devono in primo luogo rendersi conto di quanto decisiva sia la partita che si sta giocando. L’istituzione universitaria è un luogo esposto alla concorrenza internazionale. Se non funziona o funziona male perde non solo il suo residuo prestigio, ma la sua stessa ragion d’essere."



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