PREMIARE IL MERITO

Il Messaggero continua la sua
inchiesta sui dissesti finanziari di molte Università e, nell’edizione del 21
febbraio, Anna Maria Sersale ha diligentemente aggiornato la lista delle
Università più dissestate, capitanate, come noto, da Siena e Firenze. Il
puntuale riferimento lo traggo da ilsensodellamisura, con il link relativo
all’articolo sopra ricordato.
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/
Le cause di
questo disastro vanno in parte fatte risalire alla situazione della finanza
pubblica, che ha costretto i governi a tagli o blocchi di spesa per loro natura
ciechi e indiscriminati, con poco riguardo alle esigenze specifiche di singoli
settori e di singole realtà operative. Ci sono poi le responsabilità dei
politici, che hanno spesso misurato le loro scale di priorità con l’occhio
fisso alle utilità di breve periodo (i pensionati sono più numerosi degli studenti,
i camionisti fanno più paura dei professori, tanto per fare qualche esempio
significativo). Gli stessi politici hanno spesso sbagliato gli interventi
legislativi, regalando all’Università un’autonomia monca in quanto limitata
alle materie ordinamentali (curricula, piani di studi, organizzazione dei corsi
di laurea) e privata dei suoi naturali corollari, indispensabili per mettere in
moto un vero regime concorrenziale e per fare emergere le isole di eccellenza:
parlo della facoltà di alzare le tasse di iscrizione (e in parallelo di
organizzare gli aiuti per bisognosi e meritevoli), della libertà di contendersi
sul mercato i docenti più prestigiosi e soprattutto dell’abolizione del valore
legale del titolo di studio (vecchia richiesta einaudiana), senza la quale ogni
autonomia risulta punitiva per gli atenei più seri.
Ma l’analisi
non sarebbe completa senza un cenno alle responsabilità della corporazione
docente e degli organi di governo dell’università, che non sono poche né di
piccolo rilievo. In una situazione di risorse scarse, questi organi hanno
sfruttato i margini limitati di autonomia di cui disponevano per moltiplicare,
da un lato, sedi periferiche e corsi di laurea (inventandone spesso di
improbabili nel tentativo di acchiappare qualche iscritto in più), per
realizzare dall’altro (grazie a un meccanismo concorsuale tutto centrato sulle
esigenze locali) una gigantesca operazione di promozioni interne, a scapito
degli spazi per i giovani di oggi e per quelli di domani. Più in generale, la
corporazione universitaria, non diversa in questo da tutte le altre
corporazioni italiane, si è preoccupata più di se stessa che dell’istituzione
di cui è parte e del servizio a cui essa è chiamata.
Non è dunque un
compito facile quello che si presenterà al prossimo governo, quale che sia il
suo colore politico. Si tratta di invertire ordini di priorità consolidati, di
capovolgere logiche di pura sopravvivenza, di affrontare senza reticenze un
fitto intreccio di interessi locali e corporativi. Ricordo e il precedente non
è incoraggiante che i governi della Destra storica, capaci nel 1864 di
trasferire in poche settimane la capitale da Torino a Firenze e di prendere a
fucilate i torinesi che protestavano, non riuscirono nell’impresa di chiudere
qualche sede universitaria inutile. Ma nemmeno un’eventuale, e improbabile,
determinazione giacobina, di un qualsiasi governo, o un’ancor meno probabile
erogazione generosa di risorse, potranno mai bastare. Sono gli operatori e gli
utenti dell’Università che devono in primo luogo rendersi conto di quanto
decisiva sia la partita che si sta giocando. L’istituzione universitaria è un
luogo esposto alla concorrenza internazionale. Se non funziona o funziona male
perde non solo il suo residuo prestigio, ma la sua stessa ragion d’essere."
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