UNIVERSITÀ E GIUSTIZIA

L'Università di
Messina
Su REPUBBLICA del 21 Luglio 2007 sono pubblicati due articoli a firma di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, che si riferiscono alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto rettori e professori dell’Università di Messina. Ne riporto, qui di seguito, il testo:
“Il
preside della facoltà di Veterinaria pretendeva che suo
figlio diventasse professore associato di chirurgia. Il giovane si
vantava in giro dicendo che «il concorso era suo».
A un docente, componente della commissione, avrebbe mandato a dire:
«Ti taglio le gambe se il concorso non va in
porto». Carte false come, d’altronde, il preside
aveva già fatto in un altro concorso, per ricercatore, vinto
da uno dei suoi raccomandati. Baronati e concorsi truccati, ma anche un
fiume di soldi pubblici destinati alla ricerca finiti nelle tasche di
docenti e funzionari amministrativi. Pratiche alle quali non sarebbe
stato estraneo neanche il rettore, sul quale adesso pende la mannaia
della sospensione, e buona parte dei componenti il consiglio di
facoltà. È di nuovo bufera
sull’Università di Messina con un´altra
inchiesta della Dda guidata dal procuratore Luigi Croce che ieri ha
ottenuto dal gip Antonino Genovese cinque ordinanze di custodia
cautelare nei confronti di docenti e funzionari, ma nel registro degli
indagati, con le accuse di concorso in tentata concussione ed abuso
d´ufficio, ci sono diversi altri nomi eccellenti a cominciare
da quello del rettore Francesco Tomasello, accusato di tentata
concussione e abuso d´ufficio, nei confronti del quale i pm
Antonino Nastasi e Adriana Sciglio hanno chiesto la misura interdittiva
sulla quale il gip si pronuncerà la prossima settimana dopo
gli interrogatori. Due i professori colpiti da ordinanza di custodia
cautelare dopo la denuncia di un loro collega, quello che si era
rifiutato di far vincere il concorso al figlio del preside di
Veterinaria, Battesimo Consolato Macrì, finito agli arresti
domiciliari, con l’accusa di tentata concussione ai danni del
docente ribelle. Intercettazioni telefoniche e ambientali e la
collaborazione di altri docenti con gli investigatori della Guardia di
finanza hanno confermato tutte le accuse. Giocava sporco con i fondi
destinati alla ricerca invece il professore Giuseppe Piedimonte,
responsabile dell’area progettazione
dell´"Industrial Liaisch Office"
dell’università e responsabile tecnico scientifico
del progetto «L.I.P.In». Lui è finito in
cella insieme al segretario amministrativo Stefano Augliera. Arresti
domiciliari anche per il funzionario amministrativo del rettorato
Eugenio Capodicasa e per la moglie Ivana Saccà, dipendente
della società «Unilav». Le ipotesi di
reato nei loro confronti sono una serie di peculati con
l’obiettivo di intascare ingenti somme di denaro, circa 125
mila euro, stanziati dalla Regione e dallo stesso ateneo per la
realizzazione di un progetto di ricerca. Un classico esempio di
"baronato", invece, la storia che coinvolge il preside di Veterinaria e
prorettore Battesimo Consolato Macrì che voleva far
diventare associato di chirurgia veterinaria suo figlio Francesco
nonostante i pochi titoli e le brutte prove d’esame. Non
solo, Macrì pensava anche a parenti e amici, non esitando a
presiedere la commissione di un concorso al quale partecipava persino
la sua compagna, dopo aver firmato una falsa attestazione sulle
inesistenza di cause di incompatibilità. Tranne poi a farla
trasferire in un altro distretto dopo la rottura della loro relazione.
Il verminaio quindi si riproduce senza che un colpo di spugna riesca a spazzare via mafia e affari, baronati e centri di potere. Ora, dopo l´ennesima inchiesta che rischia di decapitare l’Università, con il terzo rettore indagato e a rischio di sospensione dalla carica, il ministro Fabio Mussi annuncia un’ispezione e ipotizza il commissariamento dell’ateneo. «Ho chiesto al Consiglio di Stato quali sono i poteri che posso esercitare e i provvedimenti che posso adottare di fronte ad episodi gravi e diffusi». Prima era il Policlinico, adesso è la quotatissima facoltà di Veterinaria a solleticare gli appetiti dei potentati che ruotano attorno ai vertici dell’Università, da sempre sodali nel garantire che le cattedre si tramandino di padre in figlio e che nessuna delle risorse economiche sfugga alle bramosie dei comitati d’affari nei quali spesso anche le organizzazioni criminali hanno i loro uomini. Così racconta la "storia" dell’Università di Messina, una storia criminale senza precedenti, con un docente ucciso, un altro gambizzato, altri arrestati o indagati. Inchieste clamorose, partorite a fatica nonostante gli stretti rapporti familiari e amicali intercorsi negli anni scorsi tra i vertici dell’Ateneo e quelli della magistratura, ma poi sempre finite in una bolla di sapone. Lasciando che il verminaio, termine coniato dall’allora presidente della commissione parlamentare antimafia Nicki Vendola, si riproducesse cambiando solo i volti dei suoi vertici ma non gli oliati meccanismi di gestione. Senza colpevoli, nove anni dopo, è rimasto l´omicidio del professore Matteo Bottari, titolare della cattedra di endoscopia e genero dell’ex rettore Guglielmo Stagno D’Alcontres. Lo uccisero a colpi di pistola la sera del 15 gennaio del 1998 mentre stava tornando a casa. Cinque mesi dopo, in carcere, per associazione mafiosa finì un suo collega, Giuseppe Longo, gastroentrerologo del Policlinico. Sarebbe stato il referente del clan calabrese dei Morabito che, dall’altra parte dello Stretto, oltre alle migliaia di studenti pendolari, mandava anche i suoi uomini per curare gli interessi della ‘ndrangheta sugli appalti del Policlinico. Da sospettato di aver avuto un ruolo come mandante dell’omicidio del suo collega, il professore Longo venne poi assolto anche dall’accusa di associazione mafiosa in quella sorta di piccolo maxiprocesso messo su per cercare di portare alla luce le infiltrazioni mafiose nell’ateneo: gli uomini delle cosche nelle facoltà facevano di tutto, spacciavano droga, controllavano gli appalti, compravano e vendevano esami e lauree. Chi provava ad opporsi, come il professore Giancarlo Devero che rifiutò di dare un esame ad una studentessa, si beccò un proiettile in una gamba. Assolto, in quel processo, fu persino il capoclan della ‘ndrangheta, Giuseppe Morabito "U tiradrittu", dipinto dagli inquirenti come una sorta di rettore-ombra dell’Ateneo. E nel nulla sono finiti anche i procedimenti aperti nei confronti dei due predecessori dell’attuale rettore Francesco Tomasello, Guglielmo Stagno D’Alcontres e Diego Cuzzocrea.”
Fin qui la storia che emerge
dagli atti giudiziari come riportato dal quotidiano
Paolo
Padoin
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