RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
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I PATTI METROPOLITANI


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             Patto per Roma                                Patto per Milano



    La sicurezza nelle città, grandi e medie, è sempre uno dei temi più attuali all’attenzione dei vari livelli di governo, nazionale e locale.
Nonostante il grandissimo impegno delle forze dell’ordine, che hanno realizzato importanti operazioni di contrasto alla criminalità politica e a quella comune e organizzata, è sempre alta la sensazione d’insicurezza fra i cittadini, dovuta soprattutto al proliferare della criminalità diffusa. Il sentimento di sicurezza o d’insicurezza si misura sulla base di parametri derivati da molteplici fattori, ma soprattutto dal fattore emozionale. Alcune autorevoli analisi sociologiche dimostrano che la sicurezza percepita è molto inferiore a quella reale, e può creare allarme sociale, spinte all’autodifesa, discriminazione verso gli immigrati. La strategia di contrasto deve basarsi su una concezione di sicurezza “a tutto campo” volta a realizzare anche azioni di prevenzione sociale nelle scuole, una politica urbana basata sul recupero e sulla riutilizzazione delle aree più degradate, la promozione di reti sociali attive nelle periferie.
In una prospettiva di sicurezza partecipata la collaborazione istituzionale dello Stato con gli Enti territoriali rappresenta oramai un modello consolidato, concretizzatosi in numerose forme di accordi finalizzati alla difesa della collettività, a fornire più adeguati servizi, a favorire i sistemi di autotutela, e anche a prevenire le infiltrazioni della criminalità organizzata nella realizzazione di opere pubbliche.
Recentemente a Roma, Milano e Torino, poi seguiranno le altre “città metropolitane”, sono stati sottoscritti i “patti per la sicurezza” (Patto per Roma sicura, Patto per Milano sicura, Patto per Torino sicura), e tale modello, adeguato alle varie realtà, verrà esteso anche ad altre aree del Paese, secondo un accordo-quadro fra il Ministero dell’Interno e l'ANCI.
In proposito un gruppo di Sindaci di città medie (Modena, Bergamo, Brescia, Cremona, Padova, Piacenza, Rimini, Verona) ha chiesto al Presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno di prendere in considerazione anche le loro proposte ed esigenze, che derivano dall’esperienza sul campo.
Da questi accordi emerge soprattutto la volontà di collaborazione fra Stato e autonomie locali, sempre più partecipi del problema sicurezza, l’impegno finanziario e organizzativo di comuni, province e regioni, lo sforzo del Ministero di potenziare la presenza, anche specializzata, delle Forze dell’ordine sul territorio. Le priorità vengono individuate area per area, ma possiamo già individuarne alcune generalizzate, desunte dai patti già sottoscritti, quali la gestione dei campi nomadi, immigrazione e integrazione, occupazioni abusive di aree ed edifici dimessi, prostituzione, droga e disagio giovanile, abusivismo commerciale, vigilanza su esercizi pubblici. Viene privilegiata anche l’azione congiunta fra Forze dell’ordine e polizie locali e la sempre maggiore qualificazione di queste ultime. L’azione di controllo nelle città e nelle province si realizza attraverso un sistema d’intervento coordinato e integrato che utilizza l’azione di prevenzione e repressione di tutte le forze della sicurezza che operano sul territorio.
Sindaci e Associazioni di categoria hanno più volte evidenziato le richieste delle collettività in merito alla maggiore certezza della pena. E’ questo il segno che qualcosa non funziona o nella previsione o nell’applicazione della normativa che dovrebbe colpire la criminalità. Occorre equilibrare le previsioni afflittive con quelle premiali.
Il Ministro Amato, in occasione della firma dei patti metropolitani, ha ricordato che il problema della sicurezza non è un problema dei ricchi che hanno qualcosa da difendere, come ritiene una parte della sinistra, ma è sentito soprattutto dagli strati sociali più deboli. E ha poi denunciato l’inefficacia della Giustizia nella lotta alla sicurezza. “In Italia abbiamo parti dello Stato che non funzionano”, ha detto il Ministro. “Se uno si comporta male sugli spalti di manchester, 3 ore dopo è condannato dal giudice. Da noi 3 ore dopo è fuori. A Napoli, a fronte dei 1.500 arresti in 48 ore, la procura non riesce a smaltire il lavoro, diventando un collo di bottiglia”. La gente comune ha perciò la fondata sensazione che il garantismo vale soprattutto per chi delinque e non per i cittadini che contro la delinquenza dovrebbero essere tutelati.
I nostri uomini politici a livello nazionale dovrebbero prestare maggiore attenzione ai problemi reali della gente piuttosto che discutere di Pacs, di tesoretto, o di rapporti di forza all’interno delle coalizioni. E occorre aggiungere che la politica non agevola il lavoro di Magistratura e Forze dell’ordine quando concede indulti e amnistie. Una recente analisi del quotidiano “La Stampa” ha dimostrato gli effetti negativi dell’applicazione dell’indulto a livello nazionale, mentre uno studio dell’A.B.I. per le rapine in banca nel Nordest dimostra che queste sono aumentate, dopo l’indulto, del 91% in Friuli-Venezia Giulia, del 6,4% in Veneto, con una punta di +150% a Treviso. Sono state così confermate le previsioni delle Forze dell’ordine, che temevano un’escalation di reati in conseguenza di tale provvedimento di clemenza. Il P.G. di Venezia, Ennio Fortuna, ha osservato in particolare che l’indulto ha portato a queste conseguenze perché non ha tenuto conto delle recidive in genere, dei delinquenti abituali, delle recidive professionali.
Le statistiche generali ci dicono che dal 2004 al 2006 non vi è stato un aumento sensibile di delitti, furti, e rapine, truffe e reati collegati al consumo di stupefacenti. Anche in questi settori gli interventi dissuasivi sono essenziali e debbono essere fondati su una migliore legislazione nazionale, e a tal fine sono importanti anche le iniziative locali, quali ad esempio l’ordinanza antiprostituzione del Sindaco di Padova. L’impegno dello Stato e delle Forze dell’ordine deve essere supportato da adeguate politiche d’integrazione, d’accoglienza, di ripristino delle aree degradate, di educazione alla legalità, soprattutto dei più giovani, da parte anche degli organismi di governo locale, che già sono particolarmente attivi a questo fine, giovandosi anche della grande risorsa del volontariato cattolico e laico.
Un’ultima annotazione che riguarda il pericolo del terrorismo. Fortunatamente a Padova, grazie all’eccezionale professionalità di magistratura e polizia, si è intervenuti in via preventiva. La società si è interrogata, ma ha reagito per lo più positivamente, salvo qualche voce stonata che ha sostenuto la scarsa rilevanza delle formazioni eversive scoperte. E’ questo un errore da evitare; la mia esperienza di Prefetto di Pisa (2003) quando furono scoperte le COR e il Silvestre, collegati con le Brigate Rosse, mi fa ricordare che anche allora ci fu una reazione quasi unanime, con qualche eccezione, ma nonostante questo non si è riusciti a debellare ogni pericolo di fiancheggiamento in altre zone del Paese. Adesso mi sembra che si sia orientati verso la giusta direzione.
Dovremo perciò promuovere l’educazione alla legalità, potenziare l’ausilio dei moderni sistemi tecnologici, utilizzare in modo ancor più coordinato le risorse umane disponibili, facilitare la collaborazione dei cittadini quali soggetti attivi della politica della sicurezza, evitando però la proliferazione di comitati che difendono interessi particolari, “di bottega” o “di pianerottolo”, anche per motivazioni di bassa politica, spacciandoli per superiori interessi della collettività.
  


    Paolo Padoin (Prefetto di Padova)


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