RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
sen* = Novità

NUOVE BR


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L’operazione "Tramonto", il blitz della Digos di Padova scattato il 12 febbraio del 2007 che ha stroncato le nuove Brigate Rosse del partito comunista politico-militare, ha visto la sua conclusione ieri con la sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Milano. Le pene inflitte ai diciassette imputati vanno da 15 anni di reclusione ai 10 giorni d'arresto, tre le assoluzioni. Il gruppo eversivo, attestato ideologicamente sulle posizioni dell’ala movimentista delle Brigate Rosse, la "seconda posizione", è nato in gran parte a Padova e ha avuto come appoggio quantomeno solidale quello dell’ex Cpo Gramigna di via Retrone, il centro sociale che è stato definitivamente chiuso quando ero prefetto di Padova. A Bovolenta infatti, pochi giorni dopo il blitz di febbraio, è stato scoperto l'arsenale del gruppo. Un fucile mitragliatore Kalashnikov, una mitraglietta israeliana Uzi, una mitraglietta Skorpion, due pistole. Tutte armi dotate di munizioni. In più tre giubbotti anti proiettile e due divise della Guardia di finanza. L’accusa più pesante per tutti gli imputati era associazione sovversiva e banda armata. Secondo i giudici il capo dell’organizzazione a Padova era Davide Bortolato, che è stato condannato a 15 anni di reclusione. Le condanne per gli altri: Claudio Latino (15 anni), Massimiliano Toschi (10 anni e 11 mesi), Andrea Scantamburlo (3 anni e 8 mesi), l’unica donna del gruppo Amarilli Caprio (3 anni e 6 mesi), stessa pena ad Alfredo Mazzamauro, Federico Salotto e Davide Rotondi; solo dieci giorni di arresto a Giampietro Simonetto. Assolti con formula piena Michele Magon, Alessandro Toschi fratello di Massimiliano e Andrea Tonello. Durante il processo a Milano una quarantina di persone, tra parenti e amici dei detenuti nel processo alle nuove Brigate Rosse, perlopiù militanti del centro popolare "Gramigna", hanno organizzato un presidio davanti agli uffici dell'amministrazione penitenziaria del carcere milanese di San Vittore. I partecipanti alla protesta hanno inneggiato slogan per la «libertà dei compagni» e contro i trasferimenti da un carcere all'altro a cui sarebbero stati sottoposti, a loro dire ingiustamente, alcuni dei detenuti nell'ambito della inchiesta sulla formazione estremista. I "gramignoli" se la sono presa con qualche agente di sorveglianza e soprattutto con i giornalisti che sono stati insultati e fotografati. Così si è concluso dopo un anno e mezzo il processo alle nuove Brigate Rosse. Questo il pensiero finale del pubblico ministero Ilda Boccassini: «Si sentivano in guerra contro lo Stato, erano pericolosi, avevano in corso la preparazione di azioni. Erano persone disposte a tutto, persone che credevano nel loro progetto. È stata un'indagine pericolosissima, un'indagine con delle vite umane in gioco».

Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera del 14 giugno commenta:

Dalla Lioce a Davanzo e Fallico Quel filo rosso tra le generazioni Ogni inchiesta svela legami con i «vecchi» terroristi. Sabato scorso, quattro giorni prima dell'arresto, i poliziotti l'hanno seguito da Roma a Rapallo dove s'è incontrato ú dopo un tentativo di «spedinamento» e avendo cura di parlare solo all'aperto, seduto su una panchina ú con un compagno di Genova. Secondo gli investigatori gli ha consegnato una delle schede telefoniche «dedicate» rimediate a Roma da un complico. Numeri telefonici sicuri come il suo, che gli altri avevano annotato cercando di occultarlo alla meglio: su una ricetta medica, con le cifre confuse tra la firma e il timbro del dottore, e su un foglietto nascosto dentro un calzino. Per la Digos di Roma quei pezzi di carta trovati nelle perquisizioni dell'altro ieri sono l'ulteriore indizio che Luigi Fallico, corniciaio con bottega nel quartiere romano di Casal Bruciato, stava cercando di costituire una banda annata che riproponesse il programma delle Brigate Rosse. «La lotta non finisce mai», diceva a un amico in un collo-. quio intercettato nel febbraio 2008. E quello: «Va bene, però tu hai già dato quello che dovevi...». Ma Fallico insisteva: «È sbagliato pure 'sto concetto... Che se lo sei, lo sei a vita... Ahò, ma che a cinquant'anni vado in pensione?». In realtà, ai tempi di questa conversazione Luigi Fallico di anni ne aveva compiuti 56, ma ugualmente si sentiva (o diceva di sentirsi) un rivoluzionario in servizio permanente effettivo. Nonostante l'età e il coinvolgimento in vecchie inchieste. Riproponendo una costante delle indagini anti-terrorismo: ogni volta che gli investigatori vanno a pescare in un nuovo gruppo eversivo (o presunto tale) trovano qualche elemento riemerso dal passato. I giovani mancano o scarseggiano, ma almeno un «anziano» c'è sempre. È accaduto con le Br che hanno ucciso D'Antona e Biagi, dove alcuni avevano respirato l'aria di quelle degli anni Ottanta; s'è ripetuto con il Partito comunista politico-militare appena processate a Milano, guidato da inquisiti o condannati vent'anni prima, come Alfredo Davanzo; è successo nell'indagine che ha portato agli ultimi arresti: Fallico, quello che «in pensione ce vado quando moro», ha superato i 57 anni, un altro inquisito ne compirà 60 a settembre. La presenza di anelli che legano le nuove velleità di lotta annata alle esperienze precedenti non è un caso. La continuità col passato è essenziale per provare a dare credibilità ai progetti del presente; a volte ricercata anche a rischio di diventare più vulnerabili ai controlli di polizia e carabinieri, che ormai non smettono più di «monitorare» chi è transitato dalle vecchie bande. Fosse pure trent'anni fa. Come nel caso di Fallico. Di lui il giudice che l'ha spedito in galera ricorda: «Fu indicato dal pentito Massimo Cianfanelli come appartenente, negli anni 1979-80, al Movimento comunista rivoluzionario-Nucleo Tiburtino, da lui stesso fondato agli inizi del '79 dopo la fuoriuscita dalla colonna romana delle Br assieme a Adriana Faranda e Valerio Morucci, in seno al quale Fallico era conosciuto con il soprannome di Gatto». Sembra archeologia dell'eversione. Cianfanelli è uno degli «irregolari» della brigata universitaria che gestirono la Renault 4 rossa sulla quale sarà trovato il cadavere di Aldo Moro, nei giorni precedenti all'omicidio del presidente democristiano; era un militante di seconda fila delle Br che dopo l'arresto fece tanti nomi. Tra cui quello di Luigi Fallico, il Gatto che ha gravitato intomo a varie sigle eversive seguendone evoluzioni e vicissitudini. ….Se questo, assieme agli altri indizi raccolti a suo carico, dimostra che Fallico è un terrorista o aspirante tale lo diranno il seguito dell'inchiesta e i tribunali. Di certo, per adesso, c'è il ritorno alle cronache di personaggi anche minori di un passato che sembrava consegnato alla ricerca storica e alle celebrazioni di anniversari.

Luigi la Spina, sulla Stampa del 14 giugno, osserva a sua volta:

Che tristezza vedere quei pugni alzati, quel rituale stanco di una violenza politica che non è stata mai capace di fare la rivoluzione, ma che ha potuto procurare tanto dolore e tanto lutto. Quelle bandiere rosse usurpate, quegli insulti, quelle minacce a chi compie solo il proprio dovere. Il contrasto tra la rappresentazione che si è ripetuta a Milano nell'aula di giustizia, dopo la sentenza contro le cosiddette «nuove Br», e la realtà dell'Italia d'oggi è tale, da rendere immediata e inquietante la domanda: perché soltanto nel nostro paese non si riesce a interrompere questa tremenda illusione che arma le menti e le mani di giovani e meno giovani, sempre più isolati, sempre più disperati, cupi replicanti del passato? Come mai un movimento di contestazione mondiale nato alla fine degli Anni 60 ha generato, soltanto da noi, una così lunga scia di violenza terroristica nei due decenni successivi? Una scia sempre più ridotta, ma che è riuscita a scavalcare il nuovo millennio senza minimamente trarre qualche lezione da anni costellati di assurdi assassinii? Dopo quarant'anni, la Francia ritrova un grande leader della rivoluzione sessantottina, Daniel Cohn-Bendit, a capo di un partito ecologista riempito di suffragi elettorali e di speranze democratiche. In Germania rispunta una sinistra radicale, ma non violenta, che unifica la separazione dei due Stati di allora in una contestazione parlamentare dura, ma senza tragiche tentazioni. L'Europa intera ammette il dissenso, coltiva il dubbio sul futuro del mondo globalizzato .conosce la protesta, ma non si attacca più alla barba di Marx e ai dittatori novecenteschi che a lui si sono ispirati. Il senso di stanchezza, di inutilità, di arretratezza, mentale prima che politica, di quelle parole, di quei gesti suggerisce una ipotesi che non vorremmo ammettere: forse, c'è un legame tra la persistenza, sia pure isolatissima, di questo vecchio estremismo violento nel nostro paese e l'impressione generale di una Italia ferma nel coltivare i suoi vizi, nel ripetere i suoi riti, nell'insistere sulle antiche divisioni. Una collettività intenta più a rimproverarsi le colpe del passato, a scoprire le debolezze attuali dell'avversario che a voler competere con lui sulla sfida del futuro. Il collegamento tra un fenomeno di una limitatissima minoranza e il «male oscuro» di una intera nazione è sicuramente azzardato e sorge più per la suggestione dei sentimenti che per una riflessione analitica. Ma qualche volta, non si sbaglia a riconoscere, come diceva Pascal, che «il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce». Filosofi a parte, e per di più antichi, forse possiamo alimentare la speranza. Quella che un giorno, un colpo di vento riuscirà a spazzare, insieme, i risentimenti sterili ma pericolosi di chi pensa ancora che la violenza politica produca una rivoluzione e la pigrizia corporativa e conservatrice di gran parte della società italiana d'oggi.”

Quel che è certo, e che tengo a ribadire ancora una volta, è che non bisogna sottovalutare questo fenomeno e tenere ben alta la guardia: gli ultimi avvenimenti dimostrano che magistratura, prefetti e forze dell’ordine sono vigili a seguono perfettamente le gesta di questi movimenti, riuscendo a prevenire le loro azioni criminali. Purtroppo, come rilevano alcuni commenti sopra riportati, l’Italia è l’unico Paese che ancora si trova a doversi confrontare con i residui degli anni di piombo e con gli ex terroristi in cattedra.

 

             Paolo Padoin, Prefetto di Torino

                        

                         




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