LA DOTTRINA MITTERRAND

Giovanni Bianconi “la Francia e gli ex terroristi, in cento temono la svolta” sul Corriere della Sera dell’11 agosto
2008 ripercorre la storia dell’applicazione, da parte francese, della “dottrina
Mitterrand”.
«Se uno
chiede quanti sono ancora i «rifugiati» in Francia a rischio estradizione, gli
interessati arrivano a mettere insieme qualche decina di nomi e poi rispondono:
settanta -ottanta. Al massimo un centinaio. Gli altri ormai sono «scaduti», nel
senso che non avevano condanne a vita troppo elevate e quindi è scattata la
prescrizione della pena. Sono tornati liberi, insomma. Ma quel centinaio che
non hanno chiuso i conti con la giustizia italiana - compresi quelli per i
quali la prescrizione arriverà di qui a poco - sono ancora qui nelle vesti
ufficiali di ex terroristi «latitanti», seppure muniti di regolare permesso di
soggiorno concesso dal governo di Parigi.»
Alcuni nomi: Enrico Villimburgo, ex br
condannato all’ergastolo per più omicidi, Giovanni Alimondi, ex Br Moro ter,
Enzo Calvitti, ex br condannato a 21 anni, Walter Grecchi, condannato per
l’omicidio Custrà, Carla Vendetti e Simonetta Giorgeri ex Br-Pcc, condannate
per banda armata, Giorgio Pietrostefani, condannato per l’omicidio Calabresi,
Sergio Tornaghi e Roberta Cappelli, ex Br, condannati entrambi all’ergastolo
per più omicidi.
«Tutti
questi, e molti altri meno famosi, vivono appesi a un filo, che ogni tanto
rischia di spezzarsi con l'arresto di uno di loro. Marina Petrella, ex
brigatista ergastolana, imprigionata nell'agosto del 2007, estradizione firmata
a giugno e ricorso pendente al Consiglio di Stato, è stata scarcerata per le
gravissime condizioni di salute psico-fisica che la costringono in una stanza
d'ospedale. Prima, nell'agosto 2002, era toccato a Paolo Persichetti, ex
militante dell'Unione dei comunisti combattenti. E nel 2004 era stato il turno
di Cesare Battisti, arrestato, liberato, fuggito e ripescato nel 2007 in
Brasile, dove è ancora in corso la disputa legale per ottenerne la riconsegna.
A parte il destino di una donna giunta a pesare 40 chili di fronte alla
prospettiva di scontare l'ergastolo in patria dopo che la Francia le aveva
consentito per quattordici anni di costruirsi una nuova vita in libertà, il
caso Petrella rappresenta per la comunità dei «rifugiati» un punto di svolta. A
seconda di come si concluderà, avrà effetti decisivi su tutti gli altri che
proseguono le loro «normali» esistenze francesi, fatte di lavori e famiglie
ormai regolari, ma sempre col rischio di un «incidente» che può interrompere
quella regolarità e riaprire vecchie pendenze penali per fatti di 25 o 30 anni
fa. Crimini colorati di politica che in Italia non sono stati dimenticati,
soprattutto dai familiari delle vittime, e che la Francia ha deciso di
nascondere sotto il tappeto quando s'è ritrovata i responsabili in casa
propria; salvo dare ogni tanto un colpo di ramazza. Come ha fatto con Marina
Petrella. Se ora verrà estradata, gli altri dovranno chiedersi chi sarà il
prossimo; se invece resterà, potrebbe essere la fine di tante preoccupazioni.
Anche se l'incognita rimarrà, soprattutto per quel pugno di persone (una
decina) condannate all'ergastolo o a pene tanto lunghe da essere ancora lontane
dalla prescrizione. S'è aperta così un'altra fase della tanto discussa, celebrata
o criticata, a seconda dei punti di vista «dottrina Mitterrand», sopravvissuta
al presidente socialista e rispettata in passato anche dai governi di destra,
con la quale si trova ora a misurarsi Nicolas Sarkozy, e che da oltre un quarto
di secolo garantisce asilo agli italiani condannati per fatti di terrorismo. A
fasi alterne, con più o meno lunghi intermezzi carcerari per chi è incappato
nelle maglie della giustizia locale. Ma che di fatto ha impedito i rimpatri:
dei 94 italiani che dal 1982 sono stati arrestati e poi liberati dalla
magistratura francese, finora il solo Persichetti è stato riconsegnato
materialmente alle carceri italiane. Un topolino partorito dalla montagna di
dispute e polemiche che si trascinano da più di 25 anni. Tutti gli altri (a
parte Battisti, e la Petrella ancora sotto giudizio) sono rimasti e hanno
ricominciato a vivere la loro vita di post-terroristi. Perché questo aveva
chiesto loro Francois Mitterrand nel 1981, quando promise di non restituirli al
Paese d'origine: uscire allo scoperto, mettendo fine a ogni teoria e pratica
della lotta armata. Anche se non esiste una contabilità ufficiale, i
«rifugiati» di allora - fuoriusciti dall'Italia e da decine di formazioni
terroristiche, non solo Brigate rosse e Prima Linea - erano diverse centinaia.
Oreste Scalzone, giunto qui nell'81 e divenuto una sorta di icona degli
«esuli», sostiene che arrivarono a seicento. Mitterrand, in una dichiarazione
del 1985, parlò di trecento, «cifra approssimativa». Proprio Scalzone fu
arrestato nell'agosto del 1982 e la Chambre d'accusation di Parigi diede
«avviso favorevole» alla sua estradizione. Disatteso dal governo che non firmò
il decreto per rispedirlo in patria. Con tanto di editoriale di Le Monde,
intitolato «Lo Stato e la parola data», a spiegare che il tradimento della
promessa presidenziale avrebbe significato non solo una brutta figura sul piano
nazionale e internazionale, ma anche il rischio di reimmersione nella
clandestinità di qualche centinaio di ex terroristi, con conseguenze imprevedibili
per la stessa Francia. Da allora è cominciata un'altalena di decisioni
contrastanti. Alla prima ondata di pareri a sostegno delle estradizioni durata
fino al 1985 ne seguì una di segno opposto, perché quasi tutti i condannati non
avevano assistito ai processi in Italia; un diritto violato secondo la legge
francese, nonostante fossero stati gli stessi imputati a sottrarsi attraverso
la foga. Negli anni Novanta il vento cambiò di nuovo, e la Chambre tomo a
sollecitare la riconsegna di quegli italiani riparati qui dopo la scarcerazione
in patria dovuta all'eccessiva durata dei giudizi. Ma nonostante gli «avvisi
favorevoli» delle corti, solo tre decreti di - estradizione furono firmati dai
primi ministri di Parigi, di destra o di sinistra che fossero. Uno nel 1987,
abrogato dal Consiglio di Stato; uno nel 1991, corretto da un successivo
contro-decreto che sostituiva il precedente; il terzo, nel 1994, nei confronti
di Persichetti. Mai eseguito fino al 2002, quando la falsa pista di un suo
coinvolgimento nel delitto Biagi firmato dalle nuove Br convinse i francesi a
spedirlo a Roma nel giro di ventiquattr'ore. Dopo quella decisione - e l'invio
dall'Italia di una lista di dodici condannati da arrestare, compilata sulla
base di criteri mai svelati - i casi Battisti e Petrella (nomi contenuti nella
lista) hanno animato il dibattito più in Francia che in Italia. Oltre ai timori
dei «rifugiati», ovviamente. Perché è la Francia che ha consentito a queste
persone di ricostruirsi una vita alla luce del sole, con tanto di documenti
d'identità rilasciati dalle prefetture, e poi improvvisamente deciso di
restituirne qualcuno al suo passato. Secondo scelte che paiono casuali: «Come
fosse una roulette russa», mormora chi potrebbe essere colpito all'eventuale
prossimo giro. Un governo ha tutto il diritto di rinnegare la famosa
«dottrina», ma è la retroattività della decisione che diventa poco digeribile
per gli interessati e l'opinione pubblica locale, e rischia di mettere un po'
in imbarazzo lo stesso Sarkozy. E' quindi alla Francia che gli ex terroristi
chiedono di mantenere la «parola data». Perché senza quella «parola» dicono nei
bar parigini dove chiedono di non essere indicati per nome, perché la prudenza
non è mai troppa «non avremmo messo su
famiglia o fatto figli. Come Marina». Cioè la Petrella, madre di una bimba
francese di dieci anni, presa forse casualmente o forse no in un agosto come
questo. E che in una camera d'ospedale aspetta di sapere se avrà ancora il
futuro che le era stato garantito. A lei e gli altri.»
Ancora una volta il maggiore quotidiano nazionale assume una
posizione sostanzialmente benevola nei confronti di ex terroristi assassini che
si sono rifatti una vita grazie alla sontuosa accoglienza francese senza pagare
il fio dei loro delitti, protetti da una lobby di politici e intellettuali radicalchic
che in Francia e in Italia sono ancora potenti e dettano legge nel campo della
cultura. Fino a quando dovremo sopportare questo schifo? Forse è in questa
direzione, per combattere queste perniciose tendenze, che Bossi dovrebbe
indirizzare i suoi strali, visto che le alte parole del Presidente Napolitano
restano inascoltate.
Paolo
Padoin
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