RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
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LA QUESTIONE MORALE


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Alcune vicende stanno interessando diverse procure del paese, stiamo seguendo le vicissitudini che sta vivendo il comune di Firenze, abbiamo sofferto per la tragica fine di Giorgio Nugnes e assistiamo preoccupati al montare delle accuse alla classe politica che da anni governa Comune di Napoli e Regione campana, fino al coinvolgimento anche solo politico di Rosa Russo Iervolino e Antonio Bassolino, nell’Italia del dopo-Tangentopoli. Siamo in apprensione per un Paese che in certi momenti sembra più propenso ad andare indietro che avanti. Cosa ci viene da pensare in questi giorni mentre si parla da più parti di un riesplodere della questione morale? Siamo molto impressionati nel leggere di una società, la nostra, il cui popolo è in preda alla paura. La paura bisogna detestarla. La paura vuol dire non affrontare i problemi, vuol dire scappare, è deleteria, oscura la mente e provoca lo sfascio di una società. Anche la recente indagine del Censis parla di una società dominata dalla paura. C’è un nesso tra la corruzione pubblica e la paura, ma c’è anche un’altra questione. “La situazione è certamente difficile, dunque chi deve prendere decisioni è preoccupato. Per prendere decisioni corrette è necessario raggiungere una profonda conoscenza delle cose e poi, alla fine, far ricorso alla propria coscienza. Questo comporta affrontare la questione dei valori. Ciascuno, quando si rivolge alla propria coscienza, consulta, per così dire, la propria scala dei valori”, aveva riferito Carlo Azeglio Ciampi su La Stampa dell’8 dicembre s.v. E oggi, invece, “purtroppo, c’è una tendenza al vuoto dei valori. Non vorrei affermare che questa sia una scelta, ma sembra essere una tendenza molto incoraggiata. Nel scegliere, non si sceglie rispetto a una scala di valori, ma si sceglie pensando a quale sarà il riflesso della propria decisione, a quello che ne sarà l’effetto. E questo è il contrario di scelte motivate da valori etici”. Quindi la combinazione di paura e cultura dell’apparenza generano la corruzione della vita civile di cui ora stiamo osservando gli effetti. E pare assistere a qualcosa di peggio della crisi di Tangentopoli. Quello fu un terremoto che squassò un’intera classe politica, questa sembra avere caratteri assai diversi da quella che si sviluppò negli anni ’90. Ma per un verso sembra peggiore, perché la sua caratteristica principale appare la negazione della politica, in senso stretto: non si pensa più alla polis, ma semplicemente al proprio interesse personale. Il dilagare del malcostume politico anche nella sinistra poi non stupisce e c’è anche un cambiamento della natura della sinistra a detta dell’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto (La Stampa 8 dicembre ’08), per l’ansia di entrare nei salotti che ha dimostrato il Partito Democratico. Una deviazione, seria e preoccupante, che rivela però un’errata concezione della politica e della funzione dei partiti. E’ una deviazione, che però dura ormai da parecchio tempo: non è mica la prima volta che la sinistra si trova in queste situazioni. Infatti anche solo a ricordare i primi anni Novanta, quando un dirigente milanese del partito venne inquisito per tangenti, Occhetto ricorda che tornò alla Bolognina e chiese scusa al partito. Non solo: mise in discussione radicalmente il modo di essere del partito, il modo di fare politica, disse che si doveva fare un passo indietro rispetto alla gestione dell’economia, uscire dai Consigli di amministrazione, dalle stesse Cooperative ecc. ecc. ma non gli diedero retta, anzi ci fu una rivolta della Toscana e dell’Emilia. Rivolta che fu immediatamente utilizzata anche al centro, a Roma, per fargli guerra. E’ stato un vezzo generale che ha riguardato quasi tutto il gruppo dirigente. Come diceva don Luigi Sturzo "il pesce puzza dalla testa". Si parla di una questione culturale, di una visione della politica. L’aver capovolto le idee di Berlinguer sulle mani pulite, l’aver scelto di stare sul mercato anche come partiti, l’aver cercato di comprare una banca, l’aver tifato per questa o quella cordata di finanzieri... tutto questo ha cambiato la natura del centrosinistra (è sempre Occhetto che si è espresso così nello stesso articolo). Poi è evidente che, scendendo in provincia troviamo il familismo, le commistioni, le cene tra compagni di merendine fatte tra amministratori e costruttori ecc. ecc. Si è scelta questa linea perché “si sono lasciati trasportare dall’ansia di legittimazione, il bisogno insopprimibile di entrare nel salotto buono”. Invece ci sarebbe stato bisogno di un codice morale, un codice di autoregolamentazione, in cui si riafferma che la politica deve stare su un altro piano rispetto agli affari, a prescindere dalla magistratura. Genova, Firenze, Perugia, Roma, Napoli, per non parlare dell’Abruzzo e della Calabria. Da Nord a Sud, ma specialmente nelle regioni rosse e nel Mezzogiorno, le inchieste giudiziarie stanno travolgendo il partito di Veltroni. Gli elettori di sinistra sono, per l’ennesima volta, sgomenti e stupefatti. Eppure non dovrebbero esserlo più di tanto. Sul Corriere della Sera, Arturo Parisi ha descritto di recente la situazione del Partito democratico: “Son le parole che con troppa leggerezza abbiamo lanciato verso il cielo, a ricadere come macigni pesanti sulle nostre teste”. Già, certe parole - onestà, democrazia, trasparenza, etica, bella politica - non si possono dire spensieratamente, pensando di non essere presi in parola. L’elettorato di sinistra, specie quello militante, è spesso ingenuo e idealista, ma proprio per questo non è preparato alle sorprese più amare. Un tassello dopo l’altro, un intero sistema di norme penali e amministrative venne riconfigurato per rendere possibile il finanziamento e l’espansione del potere dei partiti anche senza violare la legge, secondo la ricostruzione di Salvi e Villone nel loro libro “Il costo della democrazia” (Mondatori) che spiega sia l’aumento dei comportamenti contrari all’interesse generale, sia la loro scarsa perseguibilità da parte della magistratura. Ma come se ne esce fuori da questa ennesima crisi? Occhetto consiglia di ricominciare da quel riformismo colto di Gobetti e Salvemini: la riforma della politica come questione morale. Passando ovviamente per una severa e profonda autocritica. Un processo che andrebbe fatto pubblicamente, coinvolgendo più gente possibile, con un atto nobile, una Convenzione, forse anche un Congresso. Noi guardando nella nostra tradizione cattolica consigliamo di ripartire da don Luigi Sturzo, tra l’altro stimato dai due. All’imminente impantanamento morale del futuro Partito democratico, è forse il caso di aggiungere che la storia continua, e continua in termini rigorosamente bipartisan: proprio perché il ceto politico è innanzitutto una corporazione. Ma a noi interessa salvare non solo la testa ma tutto il corpo sociale perché ognuno, ogni persona, ogni cittadino possa operare bene nel suo piccolo, nel suo quotidiano fatto di onestà, trasparenza, responsabilità, incorruttibilità e rispetto democratico, al di là delle scelte culturali, politiche sociali e personali degli altri, che non giustificano la nostra. Per fare questo non c’è posto per la paura. Ho sempre apprezzato Wojtyla quando scuoteva le coscienze col suo “non abbiate paura!”. E’ vero, abbiamo tutti un po’ paura. Abbiamo tutti paura di perdere ciò che abbiamo; questo atteggiamento limita le nostre potenzialità, ci rende schiavi di noi stessi: rischiare é mettersi in gioco, é aprirsi a nuove opportunità, rischiare é crescere, sempre. La paura è il male peggiore del nostro tempo? Sicuramente è uno degli aspetti più difficili con i quali, come uomini, dobbiamo confrontarci. Spesso la crescita di noi stessi e della realtà della società che ci circonda è come se fosse ingabbiata da timori, che immobilizzano prima di tutto la nostra anima vera, quella che dovrebbe anelare sempre e comunque al bene comune. Questa immobilità spesso ci porta ad aderire troppo allo stato delle cose, ci priva poco a poco della forza di essere critici, di cercare di migliorarsi sempre, in ogni aspetto della propria esistenza. “Giocarsi”, “Mettersi in gioco” sono le parole che meglio esprimono quello che dovrebbe essere il nostro atteggiamento di fronte alla vita, che può portare al cambiamento e alla novità. Questo tra l’altro è lo spirito del Natale. Certamente la fatica che questo comporta è enorme, come quella di un parto, della nascita di un uomo, di un uomo nuovo, perché spesso significa aprirsi agli altri, con i rischi, ma anche le opportunità che questo porta con se. Ma la posta in gioco è così alta che non penso si possa rinunciare a vivere così, il prezzo sarebbe la mediocrità e la povertà di uomini non solo nella politica ma in tutto ciò che li riguarda, perché hanno rinunciato ad essere tali. Come nel parto, c’è anche il dolore. Credo che proprio perché Dio ci ama a volte ci fa soffrire. Non è masochismo ma è indispensabile. Alcune volte è solo attraverso la sofferenza che possiamo imparare, e molto. Anzi, credo che siano proprio le esperienze più dolorose quelle che lasciano i segni più profondi e che rappresentano una enorme opportunità di crescita; crisi e opportunità vanno sempre sotto braccio. Pertanto bisogna imparare ad affrontare il dolore con coraggio. Viene in mente Gesù nell’orto degli ulivi, un’immagine che può creare grande turbamento. Lui ha vinto la sua paura e la sua angoscia, l’ha vinta per noi, è lui che deve essere il nostro riferimento per fare altrettanto. Costi quello che costi. D'altronde la paura altro non e’ che l’assenza di libertà. La paura inoltre genera a sua volta paura. La paura è lo strumento dei mediocri, che temono che qualcuno possa essere migliore di loro e tendono ad emarginarlo, a minacciarlo, cercando a loro volta di procurargli paura. Ogni persona che si sente “diversa” dalla maggioranza, perché ha più talento o ambizione, deve combattere con la paura degli altri e con la propria, per esempio quella di non riuscire. Anche l’ignoranza porta alla paura di ciò che non si conosce; la paura poi spesso all’odio. Ci sono persone odiate per la loro superiorità, da mediocri che hanno perso qualunque forma di senso critico adagiati sulla loro egoistica condizione di “quieto vivere”. Non può essere questa la situazione dei cattolici che sono chiamati a essere il “sale della terra” e a soffrire per la Verità. Il dolore fa parte della vita. Il disagio/dolore della propria condizione, sociale e/o professionale, è una possibile spinta per cambiarla. E’ sbagliato pensare che si possa vivere in un mondo senza dolore per alcuno. E’ sbagliato pensare che il quieto vivere di una persona valga il dolore di un’altra. Qualunque scelta richiede coraggio. Però talvolta un atteggiamento, che può essere letto come cinico ed egoista, può addirittura non essere una scelta, ma essere obbligato. Pazienza, nessuno sa calcolare tutte le conseguenze delle azioni. E poi una persona arriva a riflettere su certi argomenti, quando è in grado di affrontarli, e forse ha la necessità di fare delle scelte. C’è da convincersi che il principale male del nostro tempo quindi è la paura. Non si fanno le cose o si fanno male perché si ha paura. Si ha paura di restare soli o di uscire dal coro. Di fare cose che non sono in linea con lo stile del tempo o le convenzioni dei più. Si ha paura di esplorare strade nuove, che magari sono difficili, ma che possono veramente aprire nuove possibilità e arricchirti dal punto di vista umano, e/o sociale, e/o politico. Si ha paura di mettere in discussione le regole che qualcuno ha definito, come se quel qualcuno fosse Dio e fosse infallibile. Se uno legge il Vangelo si accorge che le “regole” sono poche e semplici, una fra tutte il “buon senso” e tante delle nostre “regole” statali, che per carità sono indispensabili ma sempre limitate, altro non sono se non le sovrastrutture che una società, che uno stato non mai all’altezza, introduce per tamponare il cattivo vivere. Non esiste un sistema e quindi uno stato perfetto e onnipotente. Questo lo si nota di più in certi periodi di crisi. Lo stesso problema lo hanno avuto gli ebrei ai tempi di Gesù quando rispettavano più le regole create dagli uomini che quelle di Dio. E’ stato proprio Gesù che da 10 comandamenti, 10 regole, ne ha creata soltanto una. La differenza sostanziale è che 10 comandamenti del Vecchio Testamento dicono cosa non fare, il comandamento dell’amore dice invece come agire e come completare l’alleanza tra l’uomo e Dio. Come si fa a provare ancora paura davanti ad un messaggio del genere? L’unico ostacolo è trovare il coraggio di aprire le porte a Cristo, come diceva Wojtyla, che ancora una volta è il nuovo, la salvezza che sta per rinascere. Si ha paura di perdere ciò che si ha e ciò che si è. Non si riesce a percepire il fatto che nel rischiare c’è anche la possibilità di crescere, migliorare, essere “più” di quello che si è oggi. Si ha anche paura di non essere fedeli a se stessi e a quello in cui si crede, ma c’è il comandamento dell’amore coniugato con il sacramento della riconciliazione e del perdono responsabile. Credo che in tutto questo, si riscopre anche il senso del dolore in senso completo, non solo fisico, di un uomo arrogante e presuntuoso. Da cristiano spesso mi sono interrogato sul perché ci debba essere il dolore. Perché Dio se ci ama ci fa soffrire? Il dolore serve anche a questo, a strapparci dal nostro quieto vivere, dall’assuefazione, dalla stasi, dalle convenzioni. Soffrire ti mette in discussione, ti torce le budella, ti strazia l’anima. E’ l’ultima occasione, l’ultima spiaggia che ti costringe anche a confrontarti con la vita, con quello che sei e con quello che vorresti e potresti essere, libero da insani condizionamenti.

Vito Piepoli – Consigliere Nazionale Centro Internazionale Studi Sturzo


                                                       




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