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TERRORISTI E REALITY

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Su La Nazione, cronaca di Firenze, del 31 ottobre è stato pubblicato un mio articolo che riproduco:

"Nella mia lunga carriera ho incrociato le vicende dei principali gruppi terroristici e ho constatato che purtroppo, dopo tanto tempo da quei tragici anni di piombo, esiste ancora un collegamento fra chi negli anni ’70 e ’80 guidò la sedicente rivoluzione proletaria e certi gruppi giovanili che, ignari di quei fatti e di quelle ideologie, subiscono l’attrazione della lotta armata per suggestione di qualche cattivo (e ormai vecchio) maestro che allora non rivestiva ruoli di primo piano. Mi sono trovato a operare in città (Pisa, Padova, Torino) che hanno visto la nascita e lo sviluppo di movimenti eversivi, e non ho mai perso occasione per deplorare la sovraesposizione mediatica di brigatisti e terroristi vari, corteggiati da televisioni e giornali, spesso intervistati non solo come protagonisti degli anni di piombo ma quasi come maîtres à penser, in contrasto con la scarsa attenzione riservata ai parenti delle vittime.

La dignità e il coraggio con cui dopo la tragedia hanno affrontato la vita le famiglie Calabresi e Biagi, al pari di tante altre meno note, meritano tutta la nostra ammirazione. Ho conosciuto personalmente alcuni di questi familiari: la moglie e il figlio di Lando Conti, il sindaco di Firenze assassinato dalle BR mentre in auto si recava al lavoro. Prima ancora, Mariella Magi, rimasta vedova a poco più di vent’anni con una bambina di pochi mesi: il marito, l’agente di polizia Fausto Dionisi, poi decorato di medaglia d’oro al valor civile, fu trucidato dai militanti di Prima Linea davanti al carcere delle Murate. Mariella, che con tanti sacrifici ha saputo rimboccarsi le maniche per crescere e far studiare sua figlia, non meritava l’affronto di vedere Sergio D’Elia, appartenente al gruppo eversivo responsabile dell’omicidio, non soltanto eletto in Parlamento nelle liste della Rosa nel Pugno, ma addirittura nominato segretario della Camera dei Deputati.

Nell’ultimo anno questa tendenza si è addirittura rafforzata: altri cattivi maestri che credevamo ormai dimenticati sono tornati in auge, arzilli e pronti per nuovi successi mediatici. Nel trentesimo anniversario del 7 aprile 1979, data cruciale dell’inchiesta su Autonomia operaia, condotta da Pietro Calogero, che portò 134 imputati sotto processo e una quarantina in carcere, a Padova è stato organizzato dai diretti interessati, con la presenza di Toni Negri, un ciclo di manifestazioni celebrative. L’esperienza antica e quella recente, che ha condotto alla scoperta, proprio a Padova, delle Nuove Br, ci deve mettere in guardia contro queste rievocazioni di parte, che si risolvono in una sconcertante passerella per vecchi arnesi della lotta armata e in una pericolosa mitizzazione delle loro gesta (‘formidabili quegli anni’). Quale messaggio trasmettiamo alle giovani generazioni, che fare il terrorista conviene?

Intanto, mentre seminari universitari e circoli culturali si contendono l’ex brigatista di turno, la Petrella e Battisti soggiornano tranquillamente all’estero e le sentenze dei nostri tribunali restano lettera morta grazie anche alla solidarietà di radical-chic, rivoluzionari da salotto, nostalgici sessantottini e premières dames. Curcio e Solimano hanno ottenuto incarichi da pubbliche amministrazioni; Senzani è libero per fine pena; Prospero Gallinari, esponente di spicco delle Br, condannato a vari ergastoli per una lunga serie di omicidi, dopo aver fruito dei benefici previsti dalla nostra munifica legislazione premiale ha ora chiesto la libertà condizionale. Da più parti si sono levate proteste, e non pochi familiari delle vittime hanno dichiarato di vivere il ritorno in libertà di questi ex terroristi (nemmeno pentiti, tra l’altro) come la dolorosa riapertura di una ferita mai rimarginata. Possiamo ben comprendere il loro stato d’animo, tanto più che non è raro vedere  esponenti delle associazioni eversive di un tempo tentar di negare le proprie responsabilità e quelle di altri colpevoli di gravi reati, giustificando la violenza come risposta a una presunta ‘violenza di stato’. Si perpetua così l’anomalia italiana che ha consentito ai terroristi e ai loro simpatizzanti di svolgere un ruolo primario nella ricostruzione degli anni di piombo, di scriversi insomma una ‘propria’ storia e persino di dichiararsi vittime del sistema giudiziario, recitando la parte degli eroi incompresi.

Anche a Firenze sono stati invitati a parlare alcuni ex brigatisti: recentemente si è esibito come conferenziere il capo storico delle Brigate Rosse, Renato Curcio, che ha discettato sul tema della tortura nelle carceri italiane criticando l’istituto del 41 bis, i cui effetti ha paragonato a quelli dei campi di concentramento nazisti. Non si è fatta attendere, di fronte a simili sproloqui, la critica autorevole di Piero Vigna, ex Procuratore nazionale antimafia, che ha energicamente difeso la validità dell’art. 41 bis per la lotta al crimine organizzato.

Ribadisco anch’io il concetto più volte affermato: è giusto che chi ha espiato la pena per delitti di sangue commessi negli anni di piombo sia reinserito nella società civile, ma uno stile di vita più appartato non guasterebbe (inutile dire che la responsabilità di questa visibilità eccessiva, avvertita come un insulto da chi ha perduto in maniera atroce una persona cara, è anche dei media). Troppi terroristi rossi o neri che hanno sparato e ucciso, scegliendo le vittime con fredda determinazione, sono oggi uomini liberi. Ma non anonimi cittadini, come la maggior parte di noi: scrivono libri, partecipano a incontri nelle scuole, intervengono nei dibattiti televisivi, si occupano di organizzazioni a sfondo umanitario, quasi fossero le star di un reality. Un reality in cui, però, manca sempre una voce: quella delle vittime innocenti e dimenticate che alla vita non torneranno mai più."

Paolo Padoin

                    

 
                         




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