TERRORE ROSSO

Dalla cronaca dei
giornali padovani traggo lo spunto per alcune informazioni utili dal libro "Terrore rosso. Dall’Autonomia al
partito armato" Ed. Laterza, di Pietro Calogero, Procuratore
generale della Repubblica a Venezia, il magistrato del 7 aprile, del blitz a
Scienze Politiche, dell’arresto di Toni Negri e dello smantellamento di quella
che venne definita come Autonomia Operaia Organizzata, presentato recentemente
a Padova. Nel volume possiamo leggere
la ricostruzione della cronaca degli eventi che vanno dal 1971 al 1982.
Gli autori oltre a Pietro Calogero, sono Carlo Fumian, docente di Storia
Contemporanea e il giornalista Michele Sartori, che ha seguito come inviato
dell’Unità la cronaca di quegli anni in Veneto. Il
Mattino di Padova del 28 settembre
“Il 7 aprile non fu per nulla un blitz.
Fu invece preceduto da un lungo e mirato lavoro investigativo che si protrasse
dagli inizi del 1977 all'aprile 1978. E continuò con ritmo sempre più serrato
nel periodo immediatamente successivo all'assassinio dell'onorevole Moro (9
maggio 1978). L'esito infruttuoso della prima inchiesta e l'attentato alla mia
abitazione da parte di un'organizzazione palesemente armata mi spinsero a
riprendere le indagini per trovare prove più solide. Chiesi ed ottenni di far
copia di tutti gli atti dell'istruttoria da poco conclusa e allargai lo studio
dei documenti ben oltre l'orizzonte della locale rivista «Autonomia». (...).
Diedi avvio così allo studio di centinaia di giornali e riviste, fra cui
privilegiai «Potere Operaio» e «Controinformazione», convinto di trovare in
essi la maggior parte delle risposte agli interrogativi che mi poneva la
ricerca investigativa. La convinzione nasceva da una logica intuizione: in un
movimento ad alto tasso di contenuto ideologico, che propagandava
sistematicamente la lotta armata contro lo Stato (...), non potevano mancare le
analisi e le speculazioni teoriche sul «dominio capitalistico» e sullo «Stato
delle multinazionali», la discussione sulle proposte organizzative e sui
rapporti con altri gruppi omogenei, l'individuazione delle forme di lotta
necessarie per abbattere il sistema, l'analisi e la rivendicazione politica di
singoli episodi di violenza, le enunciazioni di programma per il medio e lungo
periodo. E intuii anche, simmetricamente, che alla produzione di queste fonti
di conoscenza non potevano che essere dediti, almeno in prevalenza, i
«maestri», i capi, i dirigenti e gli esponenti più autorevoli delle diverse
«anime» del movimento. (...). Era una rivoluzione «copernicana» del metodo investigativo:
finalizzato, tradizionalmente, a scoprire i livelli superiori della piramide
associativa partendo dal basso, cioè dai fatti specifici di violenza armata, ma
quasi sempre destinato a infrangersi nelle spesse maglie della
compartimentazione; e d'ora in avanti, invece, indirizzato prioritariamente
alla scoperta dei livelli sovraordinati e di vertice dell'organizzazione che,
come immagini riflesse in uno specchio, affioravano nel documento con connotati
sempre più chiari e leggibili. Spiegai
ai collaboratori della Digos (...) l'importanza che poteva avere, specialmente
nelle perquisizioni domiciliare, il rintracciare, anziché un'arma, materiale
documentale. Le armi - precisai - potevano essere rivelatrici, al più, di un
ruolo gregario o subalterno del detentore; mentre il documento poteva essere
rappresentativo di un suo rango direttivo. Ero certo
che Negri dovesse avere, per la sua statura intellettuale e il carisma che lo
circondava nel movimento, oltre che per la malcelata ambizione di scrivere la
storia del domani, un «archivio» di carte rispecchianti le tappe del processo
insurrezionale. Mi chiesi dove, al posto suo, avrei potuto nascondere i
documenti senza correre il rischio che fossero scoperti. La facoltà di Scienze
Politiche, dopo le perquisizioni domiciliari dei docenti del 21 marzo 1977, non
era più un posto sicuro. Richiesi al dirigente della Digos dottor Colucci di
prepararmi un elenco di esponenti di spicco di Potere Operaio che, dopo
l'avvento di Autonomia, non apparivano più politicamente attivi. Tra loro, in
tutto una decina, spuntò il nome di Manfredo Massironi, un architetto già amico
e seguace di Negri che aveva lo studio proprio di fronte al portone d'ingresso
di Scienze Politiche e sulla cui targa esterna figurava il nome della madre.
Pensai che per Negri non poteva esserci posto più sicuro per nascondere
documenti compromettenti: ogni metro in più di distanza dal suo studio avrebbe
costituito per lui - come confidai al dottor Colucci nel consegnargli il
decreto di perquisizione - un fattore di rischio crescente e intollerabile.Dopo
circa un anno di assoluto «silenzio» investigativo e di ricerche «mirate», la
perquisizione dello studio dell'architetto Massironi, effettuata il 19 marzo
1979, premiò la nostra previsione e ci fece ritrovare quello che icasticamente
fu battezzato con il nome di «archivio Negri»: oltre una decina di grossi
faldoni ordinati cronologicamente, contenenti migliaia di documenti politici di
primaria importanza per le indagini in corso. Il «7 aprile» nacque in quel
momento, per effetto del ritrovamento di quei documenti.”
Il
pregio di questo testo, a 31 anni da quei fatti, è quello di iniziare a
riempire un vuoto. «Un bisogno di verità e giustizia», riassume Calogero.
«Abbiamo dimostrato l’osmosi esistente tra i diversi gruppi che una distorsione
d’immagine voleva rappresentarci rigidamente separati », spiega Carlo Fumian,
storico che ha curato la parte terza del libro contestualizzando l’intreccio
tra terrorismo e Partito Armato. Michele Sartori, giornalista de l’Unità in
quegli anni, ha infine ricostruito la cronaca di quegli anni. Le
centinaia di attentati, le notti dei fuochi, i nomi delle vittime, il
clima di paura e terrore serpeggianti al Bo. Un lavoro che comincia a coprire
un buco. Ci sono molti libri polemici sul 7 aprile, molte letture di parte, ma
sui fatti nudi e crudi, sulle risultanze processuali non c’era nulla. Adesso
almeno questa lacuna è colmata. Complimenti e grazie ancora una volta a Pietro
Calogero.
Paolo
Padoin
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