RINNOVARE LE ISTITUZIONI  
sen* = Novità

LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

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Si discute molto in questo periodo di riforma della giustizia. Il Ministro Alfano ha predisposto progetti da discutere con l'opposizione e con i magistrati, sulla stampa si sprecano pareri e opinioni di esperti per lo più “interessati”. Fra gli altri, Il Mattino di Padova del 27 agosto 2008, sotto il titolo “Meno potere alle procure”, riporta un argomentato e molto interessante parere (che a mio avviso centra il nodo del problema) del magistrato Angelo Mascolo in merito alla riforma giudiziaria.

L’estate sta finendo, cadono le foglie, cadono i capelli a chi, beato lui, ce li ha, cadono le braccia nel sentire le polemiche, di livello sempre più basso, riguardo alla giustizia. Va detto, però, che dall’ultima di queste è la magistratura, in persona del segretario del suo sindacato, a uscire malamente: il collega Cascini, infatti, probabilmente dopo essersi caricato leggendo Famiglia Cristiana, ha levato alti lai, conditi da funeste previsioni di ritorno a un regime autoritario, contro le ben note, ventilate ipotesi di cambiamento. Di certo il collega ha voluto anche reagire contro i toni sempre più beceri, triviali e provocatori usati da molti politici quando parlano della magistratura, ma proprio questa reazione era quella attesa da qualche politicante in mala fede per strapparsi a sua volta le vesti. E pensare che, al di là di qualsiasi pregiudizio ideologico, almeno due delle riforme in cantiere sono, a mio parere, sacrosante. Prima di analizzarle, cosa che non potrò fare in una sola volta, una premessa: non pensi il lettore che queste riforme o cento altre sveltiranno mai il corso della nostra giustizia. Il numero dei processi è tale che non c’è barba di legge che potrebbe, come per magia, farli sparire, a meno di applicare la giustizia del Sultano, che usava lanciare in alto una moneta: testa o croce e avanti un altro. La litigiosità dei nostri concittadini e la possibilità loro concessa di sfogare in giudizio, sino alla Cassazione, le più misere delle diatribe, osta a qualsiasi speranza che le cose veramente serie possano essere giudicate in tempi brevi. Torniamo a noi, parlando del problema dell’obbligatorietà dell’azione penale: i redattori della Costituzione, in tempi in cui i fatti aventi rilevanza penale erano molto meno, per evitare gli abusi del ventennio, hanno disposto che, a fronte di qualunque notizia di reato, il pubblico ministero dovesse obbligatoriamente agire. Senonché, col passare del tempo, lo sviluppo in tutti i sensi, anche deteriori, della società, ha costretto il legislatore a elaborare sempre nuove figure di reati. Sta di fatto che oggi, ogni giorno, dinanzi a un procuratore della Repubblica piovono decine e decine di fascicoli contenenti ipotesi di reato, sulle quali il malcapitato deve procedere obbligatoriamente, senza alcuna discrezionalità: dal calpestio di aiole - si fa per dire - all’omicidio. Ovvio che, anche distribuendo le pratiche fra i sostituti e anche se ci fossero i mezzi che non ci sono, il ritmo non è umanamente sostenibile e non lo sarebbe neanche se i procuratori quintuplicassero di numero. Quindi, cosa succede? Faccio degli esempi: se il procuratore o il sostituto sono persone responsabili, saranno costretti a scegliere i fatti che destano maggior allarme sociale, con la conseguenza che la vittima di un reato minore - chessò, di una lesione volontaria - non avrà mai soddisfazione dalla legge. Però può anche darsi che procuratore e sostituto non abbiano gran voglia di lavorare, e allora coltiveranno processi di scarsa consistenza, al solo scopo di fare statistica (cioè di far vedere attraverso i numeri che lavorano molto, facendo, invece, poco e facendola in barba ai colleghi più responsabili, che per ovvi motivi potranno risolvere meno processi). E in quel caso ad avere la peggio saranno le indagini sui reati più gravi. Può, poi, succedere, nella peggiore delle ipotesi, che in alcune Procure vi siano persone scorrette. Queste potrebbero, volendo, indagare a senso unico, scegliendo, tra le persone denunciate, quelle che a loro vanno meno a genio (ogni riferimento a fatti o persone viventi è puramente casuale). Sicure sono due cose: una è che l’attuale sistema attribuisce alle Procure un potere, desumibile dagli esempi appena fatti, pressoché illimitato e non controllabile. E non voglio neanche pensare che sia il suo mantenimento la causa delle prese di posizione dell’Anm. L’altra è che dobbiamo toglierci dalla testa che tutti i numerosissimi fatti che giungono alla conoscenza dell’accusa possano essere trattati. E allora, piuttosto che sottostare alla discrezionalità dei singoli che, diciamolo, molte volte può sconfinare nell’arbitrio, o destare nei cittadini questa impressione, è giusto che sia il Parlamento ad assumersi, dinanzi agli elettori, le sue responsabilità. I modi sarebbero due: procedere a una depenalizzazione radicale, oppure indicare, per legge, alla magistratura i reati di cui si deve occupare, ordinandole di trascurare gli altri. La depenalizzazione sarebbe solo inutile per motivi tecnici, sui quali non voglio tediare chi mi legge: dico solo, e mi si creda sulla parola, che rientrerebbe dalla porta quello che si è gettato dalla finestra. Resta la seconda soluzione, usata, anche se in condizioni con presupposti e soggetti diversi, negli Usa: se poi i parlamentari avranno deciso bene, gli elettori li confermeranno, se no voteranno per altri. Cosa ci sia di autoritario o di parafascista in tutto questo non so. E poi, last but not least, se gli italiani decideranno di farsi governare da chi promette di lasciare impuniti i delinquenti, chi siamo noi per opporci?”

Che il clima stia cambiando nei confronti della magistratura, soprattutto dopo alcune recenti uscite improvvide dei rappresentanti dell'Anm, lo si avverte anche dai recenti interventi di alcuni esponenti di spicco del P.D., Violante e D'Alema ad esempio, ma anche dei massimi esponenti dell'UDC, che aprono consistenti spiragli nella posizione di difesa ad oltranza della Magistratura adottata finora dai principali partiti della sinistra. Sulla riforma della giustizia, che non penalizzi l'indipendenza della magistratura, ma che ponga correttivi all'arbitrio finora imperante, camuffato da regola dell'obbligatorietà dell'azione penale, vi sono alcune convergenze e disponibilità al dialogo. Rimangono solo Di Pietro e i girotondini a sostenere sempre e comunque le pretese della magistratura associata, ma queste posizioni vanno isolate e superate, se si vuole davvero rendere giustizia agli italiani.


Paolo Padoin

 

 


                          




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